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"Elements Of Rock 2010"- Live Report
Eyjafjallajökull, un vulcano di cui sicuramente
la quasi totalità di noi non conosceva l'esistenza fino al fino al 20
marzo di quest'anno. Un vulcano che con le ceneri delle sue eruzioni ha
mandato in tilt il traffico aereo e ha in parte rovinato questa edizione
dell'Elements
of Rock. Fino alla vigilia erano dubbie le
presenze di due band di grosso calibro, ovvero i norvegesi In Vain
e i finlandesi HB. Se i primi sono riusciti a raggiungere la
terra elvetica, per
i secondi non c'è stato nulla da fare.
Chiaramente, non appena giunta questa notizia, un po' di malumore c'è
stato. La mancanza degli HB, andava a sommarsi anche all'assenza
di Jim La Verde, impegnato in quei giorni a girare come cameraman il
nuovo film Transformer 3. Ad abbassare ulteriormente le nostre
aspettative, c'è stato anche un piccolo problema organizzativo per
quanto riguarda il posto per dormire: non era più disponibile la
palestra a cui ci eravamo abituati in questi anni, ma potevamo scegliere
tra un tendone di un circo e un'altra palestra di dimensioni decisamente
più ridotte. La prima ipotesi è stata scartata quasi subito e si è
optato per dormire più scomodi del solito, con a malapena lo spazio per
il proprio sacco a pelo, ma comunque con un tetto vero sopra la testa e
soprattutto un bagno agibile. Ma di questo EoR 2010 ricorderemo solo
questi disagi? Assolutamente no, e leggiamo il perché!
(D.F.)
Prima Serata
SLIPPERY WAY: A sostituire l'assenza degli HB, sono
stati chiamati gli Slippery Way, band che abbiamo
già incontrato sullo stesso palco nel 2007. Se
l'esibizione di tre anni fa fu piuttosto deludente, quest'anno il nostro
trio elvetico se l'è cavata alla grande nell'impresa di aprire le danze
di questo festival. Ottimo il loro hard rock scanzonato, ma al tempo
stesso trascinante. Divertenti sul palco soprattutto grazie al cantante,
che con il suo aspetto alla Jack Black di School of Rock, ha trasmesso
subito simpatia. Ottimo modo di iniziare questo EoR. Da evidenziare,
rispetto alle passate edizioni, un buon mixaggio fin da subito, senza
dover aspettare le esibizioni di altre band per ottenere una pulizia di
suono accettabile.
(D.F.)
BACK POCKET PROPHET: Band graziata del festival, dovevano essere
il
penalizzato e sconosciuto gruppo di apertura, e invece si sono
ritrovati ad
essere una
delle sorprese dell'EoR 2010. La risposta del
pubblico è stata notevole rispetto a quelle che erano le
aspettative, molta presenza dei fan come
entusiasmo e numero. Inizialmente il sound permetteva l'ascolto solo di
batteria e voce, ma andando avanti sono stati bilanciati meglio anche
basso e chitarra, permettendo di comprendere la bravura tecnica dei due
musicisti in questione, nota di merito in particolare per il bassista
che si è dimostrato sia scenicamente che musicalmente l'elemento
trainante del gruppo, a differenza del singer, che pur trasmettendo
molta energia al pubblico lasciava un po' a desiderare sul cantato.
L'esibizione avrà sicuramente fatto guadagnare punti alla band sul piano
della promozione dei propri lavori.
(F.R.)
TIMESWORD: La terza band che ha preso le redini del
festival sono stati i progster italiani Timesword. A distanza di
un paio di mesi dall'uscita
del loro debut "Chains Of Sin" quale occasione
migliore di quella di un
festival di questo calibro per farsi conoscere
in giro, e va detto che se la sono guadagnata tutta; la prestazione è
stata davvero notevole, fedeltà assoluta a quello che sentiamo su Cd, e
ottima tenuta di palco in primis del
singer Mark Pastorino che si è dimostrato molto
a suo agio col pubblico. Durante l'esibizione abbiamo potuto sentire
tutti i pezzi del disco eccetto A new way, buono il sound in particolare
per quel che è riguardato il basso di Luca Prederi, elemento molto
presente sul bilanciamento dei volumi, e ciò ha permesso di notare la
bravura tecnica dei musicisti che hanno saputo fare il proprio lavoro
senza ombra di pecche. Il pubblico è stato molto presente e ha gradito
la performance che avrà fatto acquistare punti a noi italiani davanti
agli occhi degli svizzeri dell'EoR.
(F.R.)
SACRIFICIUM: Indubbiamente, dopo i Mad Max, i
Sacrificium sono stati la band che ha attirato più pubblico e
scatenato più fervore. La loro proposta musicale d’altro canto si è
dimostrata più che efficace anche nelle passate edizioni dell’EoR grazie
al loro mix di death metal da vecchia scuola e accattivanti passaggi
melodici. Claudio Enzler, il
cantante e leader della band, grazie alla sua
personalità magnetica e la sua capacità di saper tenere il palco ha
ribattuto lo show della band tedesca verso altezze di gradimento non
indifferenti. E ve lo scrive uno che di sicuro non ama il genere
proposto dal gruppo, ma che tuttavia non ha potuto fare a meno di
godersi uno spettacolo potente e carico di energia. La scaletta ha
previsto grandi classici della band tratti dalle storiche produzioni "Cold
Black Piece Of Flesh" (2002) e "Escaping the Stupor" (2005). Ma sono
stati proposti un paio di nuovi brani che dovrebbero vedere la luce in
un prossimo album, in fase di studio e registrazione da marzo 2009. A
tutt’oggi però non è dato di sapere quando avremo la fortuna di poterlo
ascoltare. Concludendo la prestazione è stata energica e schiettamente,
forse brutal-mente, positiva. Se è vero che inizialmente, per chi non è
fan del genere, i Sacrificium possano sembrare lineari, un
ascolto più attento rivelerà presto la versatilità della band è una
profondità inaspettata, messe in luce ancora una volta in questo
festival lasciando pochi o nessuno delusi da quanto c’era sul palco.
(A.C.)
MAD MAX: Il compito da headliner della giornata di
venerdì spetta a pieno diritto ai tedeschi Mad Max.
Grande prestazione la loro, a mio parere la
migliore tra tutte le band del festival. Hanno riproposto diversi pezzi,
calcando un po' tutti i loro album, più un ottima cover degli Stryper
(Calling on You) e nel finale ci hanno regalato anche un momento di
worship con Open the eyes of my heart. La loro professionalità maturata
in quasi trent'anni di esperienza si vede subito fin dalle prime
battute: una tecnica strumentale impeccabile, e nei loro volti si
leggeva chiaramente una grande passione per la musica e una genuina
voglia di suonare. Grandissimi nell'intrattenere il pubblico con la loro
simpatia, anche a concerto finito. Apprezzatissimi anche da chi è
abituato ad ascoltare ben altri generi di metal, sicuramente più
estremi.
(D.F.)
KRIEGEREICH:
Verso le due di notte
inizia l'esibizione dei
Kriegereich,
e nonostante la stanchezza, il pubblico è
ancora numeroso
e pronto ad acclamare questi giovani blackster.
Un pubblico che li conosce bene, dato che diversi componenti del gruppo
sono sempre stati durante le scorse edizioni dall'altra parte del palco,
come pubblico. Una festa in famiglia potremmo dire, ed è anche questo
che rende l'EoR un festival così ricco di calore e fratellanza. Il loro
è uno show energico e fa davvero piacere vedere l'esito positivo che
sono stati in grado di raggiungere.
(D.F.)
Seconda Serata
ESCAPE FROM SICKNESS: Cinque del pomeriggio di questo sabato di
festival,
e si parte con un po' di metal moderno grazie
agli Escape From Sickness, autori di un buonissimo metalcore in
stile The Devil Wears Prada (tra l'altro molto simili anche come
atteggiamenti e movenze sul palco). La loro giovane età non deve trarre
in inganno, sul palco ci sanno fare e non sembrano per nulla intimoriti.
Ne risulta perciò uno show piacevole, e apprezzabile anche per il buon
livello tecnico messo in mostra da due chitarristi. Insieme ai Back
Pocket Prophet, sono loro l'altra bella sorpresa di questo EoR.
(D.F.)
T-RAGE: I T-Rage sono una band molto giovane,
senza ancora un album all’attivo, la cui fondazione risale al 2008. La
loro proposta musicale è un metal piuttosto leggero, dalle line rock
decisamente easy listening e tendenti alla scena pop. Il fiore
all’occhiello del gruppo sono i due cantanti Thomas Winkler (classe
1985) e la minuta Janine Hulliger (classe 1988). Essi propongono
interessanti duetti e parti soliste, con Winkler con una voce potente e
tenorile a cui in genere risponde la Hulliger con un cantato di
impostazione Rock
melodica che al sottoscritto ha ricordato molto
da vicino quello di Anette Olzon dei Nightwish. Le spalle dei due
giovani sono coperte e sicure grazie al lavoro di Jean Marc Crettaz e
Jurg Kunzi (rispettivamente classe 1967 e 1968) che si occupano delle
chitarre. Due musicisti non proprio di primo pelo, che certamente
dimostrano molta esperienza e grande capacità di adattamento per
lavorare con un gruppo così giovane ed eterogeneo. Se siete curiosi di
sentire cosa può produrre una così strana line-up potete ascoltare
alcune canzoni direttamente dal loro sito. Per quanto la proposta
musicale della band sia stata interessante e accattivante, diversa da
quello che abbiamo visto passare nelle scorse edizioni, tuttavia non
sembra possibile, per chi scrive, dare un giudizio pienamente positivo.
La presenza scenica dei due cantanti è potente e indubbiamente
innegabile, ma al punto da far eclissare tutti gli altri membri della
band che vengono relegati in un ombroso secondo piano, finendo per fare
la parte di semplice "tappetino" su cui si muovono i due protagonisti.
La scelta strategica di puntare tutto su (l’unico, per ora) punto di
forza rischia a lungo andare di sfibrare il prodotto artistico che si
cerca di proporre. Mi è sembrato che questa sensazione sia stata
percepita dal pubblico e che abbia reagito di conseguenza.
(A.C.)
DOOMENICUS: Quest'anno le band della nostra penisola
erano due, se venerdì era toccato ai Timesword,
sabato stava ai Doomenicus sventolare il
tricolore sul palco dell'EoR. I pugliesi capeggiati dal
bassista-cantante Doomenicus (nome d'arte ripreso da Domenico) si sono
rivelati a mio avviso un'altra sorpresa del festival suonando in maniera
impeccabile il loro doom metal dalle radici vecchia scuola, ottimi il
sound e la tenuta di palco dei quattro musicisti (in particolare il
chitarrista Iubal sui soli) i quali hanno preso brani sia dal loro
ultimo full length che dal loro primo demo, aggiungendo qualche pezzo
inedito di quella che sarà una futura release. La line-up è cambiata
dall'ultimo disco grazie all'ingresso di un nuovo chitarrista al posto
dell'ex Murnau, e ciò non ha creato nessun tipo di problema in sede live
data la buonissima esibizione. Il pubblico ha apprezzato in numero
limitato, dato che il festival predilige generi più estremi e veloci,
sta di fatto che chi ha seguito il concerto con interesse è rimasto
pienamente soddisfatto dato che la band ha saputo creare l'atmosfera
giusta che richiede il genere. Possiamo pertanto dire che la nostra
buona figura come paese quest'anno l'abbiamo fatta grazie anche a questa
band.
(F.R.)
SLECHTVALK: Pur essendo uno dei gruppi più attesi all'EoR
di quest’anno debbo dichiarare
che a livello umano ci sia stata qualche pecca
nel vichingo gruppo. Se in effetti il
precedente
seminario di Shamgar mi ha lasciato l’amaro in
bocca, con birra e patatine sono riuscito ad attenuare il tutto fino
alla comparsa del gruppo sul palco, e lì l’atmosfera è cambiata. Grande
supporto da parte dei fans che avevano me compreso, ampie aspettative
sulla performance. Poco importa se le enormi Marshall rendevano la voce
un grugnito insensato e basso e chitarra una accozzaglia di suoni
impastati, gli Slechtvalk erano lì, con i pugni alzati e le
ginocchia che andavano a ritmo di una granitica batteria. I pezzi
proposto sono stati alcune canzoni del nuovo album, per quanto fosse
possibile comprendere dal testo, e una in
particolare, ha reso grato il pubblico, il
cavallo
di battaglia dell’album precedente Thunder of
war, famosa e conosciuta al punto giusto, e con
un Premnath (tastierista) che uscito dal buio
della timidezza ha dato sfogo ai sottofondi che rendono gli
Slechtvalk degni di essere ascoltati. Buono spettacolo anche se ha
fatto più la presenza scenica e gli abiti davvero curati nei dettagli,
piuttosto che la tecnica esecutiva in se, animali da palco
sufficientemente pompati comunque. La parte più difficile dello
spettacolo è stata rincorrerli per avere autografi e foto, in
quell’occasione davvero ti guardavano straniti con la birra in mano
bofonchiando rari accenni di inglese… eccoli finalmente i vichinghi.
Nel
complesso un buon concerto ampiamente promosso dagli album studio e
dall’essere un gruppo seppur di nicchia, apprezzabile, nonostante un
paio di cadute di stile del cantante. Un grande "Skal" per i falchi dei
paesi bassi! Dio li Vegli!
(G.P.S.)
IN VAIN: Arrivati solo qualche ora prima a causa delle
bizze del vulcano islandese, gli In Vain hanno ultimato il sound
check tra le richieste e gli incitamenti dei fans disposti nelle prime
file, tra cui il
sottoscritto. S’inizia subito con Captivating
solitude e si prosegue con i brani dell’ultimo
lavoro;
testa alta e sguardo di ghiaccio, il frontman
mentre canta è pressoché immobile, in una posa scenica davvero riuscita.
Gli In Vain esaltano il concetto di gruppo; il frontman è
presente solo nei "suoi" pezzi e sono ben quattro, le voci che si
alternano e coprono le diverse linee di growl e di scream. L’atmosfera
si scalda dopo lo strumentale Ain’t no lovin' usata come bridge per
introdurre la seconda parte dell’esibizione, con le attesissime, Dark
prophets, black hearts e October’s monody; ottimo il cantato, non così
per la qualità e la fedeltà del suono,
soprattutto nelle parti melodiche senza batteria. Durante l’esecuzione
di Black prophets, black hearts il cantante forse vedendo il mio
entusiasmo mi ha passato il microfono per cantare una parte del coro! Il
logo sinuoso degli In Vain racconta bene la ricercatezza delle
atmosfere dei loro pezzi che hanno sicuramente spiazzato all’inizio
quella parte di pubblico che non li conosceva. Si conclude con il ritmo
cadenzato di The titan che permette a tutta la band di esibirsi in un
coinvolgente headbanging. Pubblico davvero entusiasta alla fine, tutti a
chiedere un ulteriore bis, tanto da costringere il timido bassista a
rientrare per ringraziare e salutare.
(D.D.C.)
X-SINNER: Tanto attesi dal pubblico si sono presentati
sul palco gli americani X-Sinner, veterani indiscussi del settore
che dalla fine degli anni '80 hanno calcato numerosi palchi
in giro
per gli States, e ciò non è stato difficile da
notare. Il pubblico era incontenibile, e
il sound estremamente potente (forse
eccessivamente, dato che ciò che arrivava alle orecchie era un
indistinguibile miscuglio di tutti i suoni emessi), punti cardine di
quella che è stata probabilmente l'esibizione più apprezzata e energica
del festival, in quanto nonostante l'ora tarda la sala era piena di fans
che saltavano. Salvo qualche inconveniente con la testata del
chitarrista solista sui primi pezzi l'esibizione è andata a gonfie vele.
La band è conosciuta come la versione cristiana degli Ac/Dc, e ha
saputo riproporre quel tipo di sound in maniera molto fedele. La
tracklist ha spaziato sui due dischi recenti, andando
pure a ripescare buona parte dei pezzi del
debut "Get It", disco che li ha fatti conoscere parecchio negli anni
'80, ed è stato interessante vedere che su quei pezzi il pubblico aveva
una risposta decisamente più entusiasmante, segno che la loro storia è
conosciuta anche dalle generazioni più giovani. Ottimo l'approccio col
pubblico da parte del singer Rex Scott, che ha saputo intrattenere con
carisma e esperienza, e non dimentichiamocelo ... energia... vista l'età
avanzata. Possiamo ritenerci quindi molto soddisfatti del lavoro degli
headliners, dicendo indubbiamente che non sono venuti dall'America
invano.
(F.R.)
WORLD TO ASHES: A pagare il pegno di chiudere un festival che
ormai avrebbe consumato pure delle orecchie
di acciaio è toccato ai World To Ashes,
classica band death-metalcore
di quelle che a questo festival sono spuntate
come funghi nel corso degli anni. I pochi fan che avevano ancora le
energie per rimanere in piedi durante il concerto hanno comunque
apprezzato l'esibizione con generoso e incoraggiante entusiasmo (anche
questo fa la differenza con altri ambienti dove non si vive in un clima
di fratellanza) e la band si è trovata quindi a proprio agio, suonando
con disinvoltura e sereno entusiasmo. In qualche pezzo è stato presente
Claudio Enzler dei Sacrificium, il quale con il suo growl
prettamente basso e gutturale ha duettato con Christoph Zacharias della
band, buona l'intesa tra i due e buona la prestazione della band, che ha
saputo affrontare la difficile situazione di chi suona alla fine di un
festival zeppo di bands che ormai aveva dato quello che doveva dare.
(F.R.)
Eventi Correlati
Anche quest'anno abbiamo avuto il piacere di
incontrare pastor Bob Beeman, che con il suo calore e il sorriso di
sempre ha esposto due meditazioni sia sabato che domenica mattina. La
prima era basata sul ricercare la Dio attraverso quattro passi basilari,
ovvero avere un
cuore ben disposto ad accettare Gesù, amare la
Sua Parola, odiare il peccato e amare il prossimo. E il quarto punto è
stato poi il fulcro della meditazione di domenica, un'esortazione a
vivere attivamente la vita da cristiano, scendendo in strada, nei
parchi, per parlare e aiutare concretamente le persone più bisognose di
conoscere il Vangelo. Un
discorso che si è sviluppato intorno al passo
di Matteo 25:35-36 (Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e
mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi
vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a
trovarmi). Jim La Verde è stato poi egregiamente sostituito da Marcel
Bürgi (cantante dei Lost Silence, una band hard rock) che ha
guidato le lodi semplicemente con la chitarra acustica, creando una
bellissima atmosfera. Ancora più particolare il momento di lode di
domenica mattina:
guidati in parte dalla batteria di Thomas Power
(Black Pocket Prophet), ognuno dei partecipanti è stato a sua
volta libero di lodare con altri tamburi sparsi per la sala o di
condividere al microfono una preghiera, un canto o un passo della
Bibbia. Difficile descriverlo a parole, ma è stato un momento davvero
edificante spiritualmente, perché caratterizzato da un'atmosfera gioiosa
e spontanea. E' stato davvero piacevole notare non solo la presenza di
noi metallari, ma anche di molti
bambini e persone adulte, a dimostrazione di
quanto sia semplice in posti così, abbattere i pregiudizi. Tra i vari
seminari di quest'anno, abbiamo deciso di seguire quello di
Shamgar
degli Slechtvalk.
Ha
condiviso la sua testimonianza, di come sia riuscito ad affrontare un
brutto periodo di depressione, dove pensò addirittura al suicidio. Ha
condito le sue parole con molti passi dalla Bibbia, che l'hanno portato
a farsi delle domande per uscire da questa crisi. Non è stato facile
seguire tutto con attenzione: un po' per l'orario (subito dopo un buon
pranzo abbondante), poi per la solita barriera linguistica e infine per
l'inaspettata timidezza di questo ragazzone. A vederlo sul palco con la
sua band è una furia, ma qui parlava a bassa voce, come se avesse avuto
paura di disturbare. Nel finale spazio anche a delle domande da parte
del pubblico. Una di queste, molto viperina, aveva per argomento, come
poter inserire tematiche cristiane, in un contesto musicale, il viking,
notoriamente ben radicato in ambito pagano. A questo Shamgar ha risposto
affermando che del viking è attratto dalla simbologia, dallo stile e
dell'attitudine piuttosto che dalle tematiche, sentendosi quindi libero
di utilizzare lyrics cristiane nelle sue canzoni. Nel finale la platea
gli ha dedicato un lungo applauso per ringraziarlo di quello che ha
condiviso.
(D.F.)
Conclusione
Tirando le somme, le delusioni per le assenze degli HB e di Jim
La Verde, sommate ai piccoli problemi di organizzazione sono decisamente
passate in secondo piano rispetto alla soddisfazione finale. Nel
complesso la line-up è stata tutt'altro che scadente, tutti i gruppi
hanno suonato con passione e il pubblico ha gradito molto. C'è stata
molta partecipazione anche a tarda notte, che altre volte non si era
vista. Forse siamo partiti con un po' di scetticismo, ma già dopo
l'esibizione della prima band, vi assicuro che era scomparso. Ormai l'EoR
è una certezza, e come redazione di WhiteMetal.it non vediamo l'ora di
essere ancora presenti alla prossima edizione!
(D.F.)
Daniele Fuligno - Francesco Romeggini
Andrea Ciceri - Giovanni Paolo Spanu - Dario Di Carne
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