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Inizia nel 2000 la storia
dei 12 Stones. Dopo aver registrato una demo, il gruppo verrà
adocchiato dalla label major Wind-up Records, che li segnerà e farà
uscire il loro debutto self-titled. Dopo che il vocalist del gruppo,
Paul McCoy, partecipò all’ormai famosissima Bring me to life
degli Evanescence (loro compagni di label), il gruppo suscitò un
bel po’ di successo, avendo molti singoli e brani utilizzati per ragioni
promozionali per la WWE, fino ad entrare per una settimana nella Top 200
della Billboard. E’ tutto meritato questo successo?
Allora, c’è da chiarire subito che questo album è un genericissimo
alternative/nu/post-grunge, che non produce niente di nuovo per la
scena, ma solo aggiunge cliché ad un genere già contaminato. La formula
è sempre la stessa: versi lenti con chitarre filtratissime, vocals
melodiche, e ritornelli con chitarre distorte e vocals aggressive, e qua
e là un bridge con qualche scream: la formula è ripetuta continuamente.
Pur sapendo questo, non riesco a far meno di non amare questo disco. E’
talmente trascinante nella sua banalità che non riesco a smettere di
ascoltarlo, per quanto strano possa sembrare. Dalla opener Crash
non si può fare a meno di essere trascinati. Stessa storia con le due
seguenti: l’aggressiva Broken, e la più melodica The
way I feel. Poi c’è la migliore del platter, Open your
eyes, che farà fare i salti di gioia agli amanti del genere,
nonché venire la voglia di riascoltarla più volte. Il resto del Cd, come
ho già detto prima, segue la stessa formula di questi pezzi, ma è una
formula che funziona.
Con questo disco i 12 Stones mostrano di essere tra i migliori
nel loro territorio, e il successo riscosso con questo lavoro è meritato
al 100%. Non ci sono pezzi brutti in questo album, solo episodi minori.
Sicuramente per i non amanti del genere questo lavoro potrà sembrare
leggermente banale, ma se vi piacciono alternative e nu metal allora
fate vostro il miglior disco prodotto dal gruppo fino ad oggi.
Christopher Warman
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