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12 STONES
12 Stones
 
 

 

12 STONES
Potter's Field
nu
2004 - Wind-up Records
(USA)
www.myspace.com/12stones

 

Poteva essere l’album della consacrazione per la band del singer Paul McCoy, noto ai più come colui che, oltre a cantarvi qualche verso un po’ rappato, nel video di Bring me to life degli Evanescence non si faceva molto onore non riuscendo a sollevare Amy Lee e lasciandola precipitare rovinosamente nel vuoto, lasciando così insinuare per altro qualche dubbio sul peso della medesima. Invece quest’uscita pubblicata nel 2004 a ridosso del successo planetario di "Fallen" non riesce a cavalcarne compiutamente l’onda, attestandosi su un rispettabile risultato di 300.000 copie vendute, che però impallidisce rispetto alle 15 milioni della sopraccitata release della band amica. Basta dare un ascolto al disco ed il perché di tutto questo è presto spiegato: musica in formato radio-friendly, struttura classica strofa-ritornello-strofa-ritornello-cambio-ritornello da cui non ci si scosta nemmeno per un momento, melodie catchy e cantabili, una formula che se di certo è in grado di fornire una buona base di mercato alla band (tant’è che ormai non si contano più le colonne sonore in cui compaiono loro pezzi), non è di certo sufficiente a elevarli troppo dal marasma di formazioni che pullulano nel genere. Prendiamo ad esempio Speak your mind, The last song, Lifeless e 3 leaf loser, quattro tracce in cui il copione è sempre il medesimo: chitarroni corposi e stoppati, linee vocali abbastanza simili, ritornelli banali, qualche accenno parsimonioso di screaming giusto per permettere a qualche nu-kid di vantarsi di ascoltare musica pesante, McCoy che qua e là nei bassi fa il verso ad Aaron Lewis degli Staind, una solarità diffusa che francamente non c’azzecca nulla e talvolta qualche assolo abbozzato, ma talmente buttato là che forse era molto meglio risparmiarselo.

Non che per fare buona musica serva per forza fare canzoni con quindici cambi di tempo e duecento riff, non è questo che si critica nella proposta dei nostri, ma semmai la troppo frequente mancanza d’ispirazione oppure il sacrificio di essa ad altre incomprensibili logiche. Tant’è che quando quest’ispirazione c’è il risultato è gradevole come nel singolo Far away oppure in Bitter, dove finalmente abbandonata quella stridente allegria da scuola media, ma pur non discostandosi troppo da quanto prima detto, l’act della Louisiana riesce a risollevarsi semplicemente mettendo in mostra un po’ di carattere, era ora. Buono anche il gioco di arrangiamenti in Shadows, con il contrasto fra la brillantezza delle chitarre flangerate e la malinconia della vocals, il tutto rotto dall’irruenza dei bridge con backing in scream e dei ritornelli con distorsione, peccato che poi i nostri non abbiano deciso di riprendere questo audacia di sperimentazione altrove. Un capitolo a parte è necessario per la semi-ballad e secondo singolo Photograph, un pezzo veramente meritevole in cui l’emozione è veicolata dall’alternanza di chitarre acustiche e distorte, il tutto suggellato dalla calda interpretazione di McCoy. Passiamo a parlare di Stay, una traccia che se fosse inserita di straforo in un album dei 3 Doors Down nessuno si accorgerebbe che in realtà agli strumenti ci si sono i 12 Stones: si tratta ovviamente di un hard rock melenso rivisitato in chiave moderna, nonostante tutto ciò il risultato è apprezzabile ed i nostri portano a casa un altro punto. Altro centro lo ottengono anche con Waiting for yesterday, altro mid-tempo dalla cupa ed intensa carica emotiva, a dimostrazione ancora una volta che quando il quintetto si cala genuinamente in un animo grunge fa le cose per bene. Momento da dimenticare è invece la conclusiva In closing, vuoi perché ancora una volta viene a mancare l’incisività, vuoi perché l’intro con chitarre riverberate è autoscopiazzato da 3 leaf loser.

Nulla da segnalare dal lato delle liriche che non sono particolarmente esplicite, ma anzi sembrano studiate sempre per lasciare una doppia interpretazione, non si capisce mai se si stia parlando del Signore o della propria amata, forse tutto dipende dall’acquirente di riferimento che si prende in considerazione di volta in volta. Per chiudere spezzo una lancia a favore della band, non si deve pensare che la loro musica sia troppo malvagia nonostante la gogna a cui li ho sottoposti, alcuni episodi che ho segnalato sono veramente apprezzabili e sporadicamente si vedono barlumi di buone idee anche nel resto, anche i momenti meno riusciti risultano semplicemente anonimi per una scena sovrasatura piuttosto che mal suonati, pertanto è necessario per il futuro sviluppare il tutto con maggiore accortezza, per il momento il disco rimane consigliato solo a chi apprezza il genere.

Daniel Djouder

VOTO

65

 

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