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La cover dell’album, dall’aspetto così magneticamente
glaciale, sembra racchiudere qualcosa in cui il tempo si sia fermato:
questo penetrerà fin dentro le ossa, impossibilitando ogni movimento
motorio a favore di un viaggio all’interno della propria anima. La
ricerca di una guida, di una flebile luce in mezzo alle tenebre più
oscure va oltre un iniziale sconforto grazie ad una grande forza di
volontà. La speranza, mai del tutto sopita, sarà in grado di accendere
un piccolo fuoco che pian piano si irradierà in tutto il corpo, portando
nuova linfa vitale. Questo il tema che percorre e unisce i nove brani
che vanno a comporre l’imponente debut, dal titolo "Weight Of The
World", di questo gruppo proveniente dalle lande svedesi. I 7
Days nascono dal progetto del chitarrista e mastermind Markus
Sigfridsson (già conosciuto con Harmony e Darkwater)
coadiuvato da una line up di tutto rispetto: Thomas Vikström alla voce (Talk
Of The Town, Candlemass), Andreas Olsson al basso (Narnia,
Divinefire), Daniel Flores alla batteria (Mind’s Eye),
impreziosita poi dalla partecipazione come guest di Kaspar Dahlkvist
alle tastiere (Dionysus). Dall’album emerge un prog di matrice neoclassica
dall’ottimo songwriting e dai diversi cambi di tempo, scandito da
frequenti ed efficaci inserti sinfonici e da solenni cori barocchi,
contraddistinto da tecnica, potenza e melodie che metteranno ben presto
salde radici: i brani rimangono piuttosto immediati, stampandosi così
sin dal primo ascolto, e questo vale anche per quelli dal sound più
ricercato. Ciò che spicca sin da subito sono, oltre alla buona prova
vocale di Vikström e alla ritmica prodotta dal reparto chitarre, le
tastiere: onnipresenti, sognanti, trascinanti, la spina dorsale
dell’intero album, a tratti sinfoniche e capaci di creare atmosfere
raffinate ed evocative.
Spetta a Redeemer aprire le danze: questa
parte subito maestosa con dei cori accompagnati da sinfonici effetti di
keys. Tempi sostenuti per Confession, soprattutto nella
parte finale in cui Dahlkvist si esibisce in un elettrizzante assolo. Si
cambia decisamente tono con The darkest winter: qui
l’incedere è più lento e il brano, dalla grande forza evocativa, si
contraddistingue per una marcata epicità. In Fall again
assistiamo a un bel duetto al microfono tra Vikström e la brava Caroline
Sigfridsson. Si passa per Where are you, brano dal ritmo
più lento con un ottima parte strumentale che culmina verso la fine con
solenni cori barocchi, e arriviamo alla title track: la song è
caratterizzata da grandi sonorità, complessa, articolata, dalla melodia
tirata e aggressiva; uno dei migliori episodi del lotto. Altro pezzo
forte è la prepotente Save me che dopo un inizio sognante
si rivela molto tecnica, con vari cambi di tempo: a metà brano
un’esplosione strumentale di prog vi farà trattenere il respiro fino al
termine grazie soprattutto alle tastiere sinfonicheggianti e ai riff
delle chitarre che si rincorrono all’impazzata.
Si passa senza troppo
indugiare a With you forever che non lascia il segno, per
arrivare all’atto di chiusura affidato a Wisdom calls,
cover dei connazionali maestri del doom-prog, i Veni Domine.
Album questo da ascoltare tutto d’un fiato e che vi farà sobbalzare col
cuore in mano non poche volte. Complimenti davvero a questo gruppo che si affaccia nella scena
metal cristiana con un sorprendente disco.
Ilaria Ricci
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