|
Dopo un demo passato
piuttosto inosservato, si fanno violentemente largo con questo full
nella scena christian metal internazionale gli A Hill To Die Upon,
gruppo statunitense nella cui line-up spicca il nome di Daniel Ravn
Fufjord, qui alle prese col basso, che i più appassionati fan
dell’unblack metal ricorderanno come voce e chitarra dei norvegesi
Frosthardr. Gli AHTDU (il cui nome è probabilmente un
riferimento al Golgota) propongono musicalmente un personale mix di
blackcore, derivato dalla fusione di black metal e metalcore, e death
metal, e ottengono un prodotto particolarmente tecnico e dall'impatto
devastante; per quanto riguarda le lyrics, in esse vengono trattati
avvenimenti biblici, episodi della mitologia classica riletti in chiave
cristiana e soprattutto viene profondamente analizzato l’essere umano,
con tutti i suoi dubbi e paure, ma sempre sorretto e accompagnato dalla
mano di Dio.
Dopo un breve ed alquanto epico intro, si scatena il riff della prima
song, Prometheus rebound, dalla quale emergono
immediatamente le notevoli capacità canore di Adam Cook, capace di un
growl apocalittico e incredibilmente potente. La voce si fa più aspra e
lievemente più tendente allo scream, il batterista si diletta in
sorprendenti rullate, con inaspettati rallentamenti e slide che lasciano
il fiato sospeso: è questa This king never smiles.
Season of the starved wolf è forse il brano migliore dell’intero
album, meno veloce dei precedenti pezzi, con numerosi e improvvisi cambi
di tempo e rallentamenti, e interamente dominato dalla voce di Cook, che
risuona come un vero latrato rivolto alla luna. Il black metal viene in
gran parte messo da parte nella seguente traccia, Twin heads of
vengeance, inquieta e incalzante canzone che rivela il lato più
violento del disco, rifacendosi al metalcore più estremo. Di matrice
spiccatamente death è invece Heka secundus, praticamente
priva di melodia e in costante blast-beat, brano che nella sua struttura
tesse una lode alla violenza sonora più pura e fine a se stessa. La
successiva The dark road delude leggermente, dato il
riutilizzo delle medesime soluzioni già presentate nelle precedenti
canzoni e di un riffing meno trascinante; comunque ottima la cavalcata
che la conclude. Ed ecco totalmente inatteso un breve intermezzo con
solo chitarre acustiche e classiche, tanto inaspettato quanto gradito,
che porta all’ascoltatore un sottofondo di malinconia che ridesta
immediatamente l’attenzione assopitasi nella regolarità dei pezzi
precedenti. Riesplode l’assalto sonoro con Titanic essence,
il metalcore che ci aveva fino ad ora accompagnato subisce la medesima
sorte precedentemente toccata al black, venendo abbandonato in favore
del death, genere che la band sembra padroneggiare in maniera esperta e
sapiente. Torna stupendamente a farsi sentire il ruggito del black
metal, anche se in secondo piano, in Eclipse of the sarpents,
gloriosa traccia epica guidata da una batteria di livello altissimo, che
dosa in modo a dir poco perfetto piatti, grancasse e tamburi. L’outro è
affidato ad un lungo pezzo strumentale, interamente impostato su
rallentamenti e riprese di volta in volta più travolgenti, quasi a voler
dimostrare che la band conduce egregiamente una canzone anche senza il
potente appoggio del growl di Cook.
In definitiva un ottimo debutto per la band statunitense, che riesce a
creare un prodotto unico e d’effetto, dal quale però i nostri non osano
distaccarsi, riproducendo così i medesimi schemi in più canzoni, e
limitando le grandi potenzialità del disco. Una nota di merito va però
al make-up aggressivo e originale della band, e all’ottima cover
dell’album, da sola meritevole di lodi per la sua bellezza. Un lavoro
capace di risultare piacevole agli amanti di qualsiasi tipo di musica
estrema, coinvolgente ed entusiasmante, che lascia davvero ben sperare
per il futuro di questi talentuosi musicisti.
Andrea Costariol
|