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A HILL TO DIE UPON
Omens
 
A HILL TO DIE UPON
Holy Despair
 
INTERVISTA
06/12/2012
 
 

 

A HILL TO DIE UPON
Infinite Titanic Immortal
blackcore
2009 - Bombworks Records
(USA)
www.myspace.com/ahilltodieuponband

 

Dopo un demo passato piuttosto inosservato, si fanno violentemente largo con questo full nella scena christian metal internazionale gli A Hill To Die Upon, gruppo statunitense nella cui line-up spicca il nome di Daniel Ravn Fufjord, qui alle prese col basso, che i più appassionati fan dell’unblack metal ricorderanno come voce e chitarra dei norvegesi Frosthardr. Gli AHTDU (il cui nome è probabilmente un riferimento al Golgota) propongono musicalmente un personale mix di blackcore, derivato dalla fusione di black metal e metalcore, e death metal, e ottengono un prodotto particolarmente tecnico e dall'impatto devastante; per quanto riguarda le lyrics, in esse vengono trattati avvenimenti biblici, episodi della mitologia classica riletti in chiave cristiana e soprattutto viene profondamente analizzato l’essere umano, con tutti i suoi dubbi e paure, ma sempre sorretto e accompagnato dalla mano di Dio.

Dopo un breve ed alquanto epico intro, si scatena il riff della prima song, Prometheus rebound, dalla quale emergono immediatamente le notevoli capacità canore di Adam Cook, capace di un growl apocalittico e incredibilmente potente. La voce si fa più aspra e lievemente più tendente allo scream, il batterista si diletta in sorprendenti rullate, con inaspettati rallentamenti e slide che lasciano il fiato sospeso: è questa This king never smiles. Season of the starved wolf è forse il brano migliore dell’intero album, meno veloce dei precedenti pezzi, con numerosi e improvvisi cambi di tempo e rallentamenti, e interamente dominato dalla voce di Cook, che risuona come un vero latrato rivolto alla luna. Il black metal viene in gran parte messo da parte nella seguente traccia, Twin heads of vengeance, inquieta e incalzante canzone che rivela il lato più violento del disco, rifacendosi al metalcore più estremo. Di matrice spiccatamente death è invece Heka secundus, praticamente priva di melodia e in costante blast-beat, brano che nella sua struttura tesse una lode alla violenza sonora più pura e fine a se stessa. La successiva The dark road delude leggermente, dato il riutilizzo delle medesime soluzioni già presentate nelle precedenti canzoni e di un riffing meno trascinante; comunque ottima la cavalcata che la conclude. Ed ecco totalmente inatteso un breve intermezzo con solo chitarre acustiche e classiche, tanto inaspettato quanto gradito, che porta all’ascoltatore un sottofondo di malinconia che ridesta immediatamente l’attenzione assopitasi nella regolarità dei pezzi precedenti. Riesplode l’assalto sonoro con Titanic essence, il metalcore che ci aveva fino ad ora accompagnato subisce la medesima sorte precedentemente toccata al black, venendo abbandonato in favore del death, genere che la band sembra padroneggiare in maniera esperta e sapiente. Torna stupendamente a farsi sentire il ruggito del black metal, anche se in secondo piano, in Eclipse of the sarpents, gloriosa traccia epica guidata da una batteria di livello altissimo, che dosa in modo a dir poco perfetto piatti, grancasse e tamburi. L’outro è affidato ad un lungo pezzo strumentale, interamente impostato su rallentamenti e riprese di volta in volta più travolgenti, quasi a voler dimostrare che la band conduce egregiamente una canzone anche senza il potente appoggio del growl di Cook.

In definitiva un ottimo debutto per la band statunitense, che riesce a creare un prodotto unico e d’effetto, dal quale però i nostri non osano distaccarsi, riproducendo così i medesimi schemi in più canzoni, e limitando le grandi potenzialità del disco. Una nota di merito va però al make-up aggressivo e originale della band, e all’ottima cover dell’album, da sola meritevole di lodi per la sua bellezza. Un lavoro capace di risultare piacevole agli amanti di qualsiasi tipo di musica estrema, coinvolgente ed entusiasmante, che lascia davvero ben sperare per il futuro di questi talentuosi musicisti.

Andrea Costariol

VOTO

80

 

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