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È ancora il
Brasile a far sentire la propria imponente voce e a dare i natali ad
un’altra band cristiana: si tratta degli Aava, gruppo di recente
formazione che si è affacciato nell’ormai foltissimo panorama del white
metal solo nel 2006, con un Ep di tutto rispetto: "A Night In The
Wild Garden". Sono chiare fin dal primo ascolto le influenze di
questo loro primo lavoro, un metal melodico che guarda non troppo
velatamente ai Nightwish (soprattutto dei tempi di "Oceanborn")
e agli Epica, su cui risalta una componente goticheggiante
trasmessa dalle sognanti e eteree atmosfere e dalla voce di Paula Kel,
la quale se la cava benone alternando un’intonazione semi-lirica ad una
meno acuta: in entrambi i casi, soprattutto poi quando si dimena nei
vocalizzi di Flames of destiny, riesce davvero a far
vibrare le giuste corde.
I cinque brani
(tre cantati in inglese e due in portoghese) che vanno a comporre in
maniera piuttosto compatta l’esordio di questo gruppo di San Paolo sono
tutto sommato più che discreti; niente di così eccezionale da gridare al
miracolo è vero, ma si fanno apprezzare grazie anche alle zuccherose
melodie che entrano facilmente in circolo, coadiuvate dalla già
menzionata prova della cantante (ma anche autrice dei testi). Unico
appunto al songwriting non particolarmente vario e incisivo: forse una
maggiore dose di aggressività non ci sarebbe stata male. Si inizia con
A night in the wild garden: brano costruito su arpeggi di
acustica che sfociano nel ridondante refrain in cui si legge tra le
righe il prezzo che il nostro Salvatore ha pagato per tutti (My Dream,
my love / my tears, my blood / my pain my hope, my gift to You / My
heart, my mind, my sacrifice / I paid the price for You). È di
nightiwishiana memoria l’intro tastieristico della pimpante
Farewell, traccia dall’incedere sostenuto cui segue il primo
brano cantato interamente nella lingua madre, la dolcissima
Silêncio. Flames of destiny è un pezzo
coinvolgente che inizia con duetto piano-voce in cui Paula si esibisce
in un cantato lirico da pelle d’oca e che nel refrain vede l’entrata in
scena di tutti gli altri strumenti su cui si snoda poi un penetrante
solo. A chiudere la sua versione in portoghese, Chamas do destino
in un rivisitazione soft in cui salgono in cattedra strumenti classici
come violini e piano ad accompagnare la voce.
Interessante debut
per questo gruppo che è sicuramente da tenere sott’occhio, chissà che
non ci riservi in un futuro prossimo delle altre piacevolissime sorprese.
Ilaria Ricci |