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E' quasi inquietante come nonostante la band svedese si sia formata
nell'ormai lontano 1994 sia riuscita a dar vita ad una release
soltanto nel 2005!, e non è che poi si stia parlando di un
full-length, bensì di un Ep di tre tracce per 17 minuti e mezzo
complessivi... Nonostante tutto però la qualità di questa
autoproduzione è davvero interessante e pare il quintetto abbia
iniziato a far sul serio considerando la particolare cura dedicata
al sito ufficiale: insomma, speriamo non si debbano attendere altri
dieci anni per qualcosa di nuovo da parte degli Admonish.
Nella speranzosa attesa di buoni sviluppi abbiamo intanto tra le mani "Den
Yttersta Tiden", ed è un bell'avere, l'Ep spacca.
La produzione, più che discreta, è abbastanza pulita e ben
miscelata in fase di mixing, mentre la confezione, seppur rivedibile nelle scelte
grafiche e poco elaborata quanto a layout, lavorazione e
gradevolezza visiva, è comunque sufficientemente professionale. Due
brani sono in svedese, mentre l'altro, l'opener
Epiphany è nella lingua dell'ex impero coloniale e
parla della manifestazione di Dio nel mondo attraverso le spoglie
mortali di Cristo (Celestial visitation / of the resurrected
incarnation / Lord of the Heavens / to earth descends / with majesty
beyond comprehension / He steps down to the physical dimension / the
Son of God undisguised / His glory unveiled to mortal eyes).
Musicalmente parlando gli Admonish
sono votati ad un black melodico con frequenti clean vocals ma anche
sfuriate old-school-oriented, ed eseguono tutto decisamente bene
anche se il prodotto complessivo ha un po' il limite di essere standard, non riuscendo mai a raggiungere picchi
emozionali esagerati. Notevole l'opener citata, Epiphany, che contiene buoni
momenti alternando partiture tirate a rallentamenti melodici e solenni, clean vocals su ritmiche soffuse e stacchi più tecnicamente
arrangiati. La title-track
Den yttersta tiden apre black melodica con un
incandescente screaming per farsi vieppiù intensa, ma contiene anche
stagnazioni
strumentali, una coralità pulita che consegna la bella linea vocale
allo scream, il quale a seguito di un ritorno a tempistiche più
up-tempo chiude
ruggente, da brividi, la song. In Var inte rädd
si susseguono senza soluzione di continuità un tonale clean coinvolgente (che ricorda
moltissimo la celebre Jesus kom til jorden for a dø dei
primi Extol di "Burial") e pestaggi old-school,
per poi essere estinta da una delicata melodia chitarristica.
Non ci resta quindi che attendere il sospirato full-length, sperando
arrivi in tempi più ragionevoli rispetto alla succitata decade,
specialmente ora che abbiamo iniziato a prenderci veramente gusto.
Vaake |