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AETURNUS
From Blackest Darkness
death
1995 - Cranial Captivity Records
(USA)
n.d.

 

Unico e solo full-length del gruppo americano, questo "From Blackest Darkness" si presenta come il titolo di una band ormai semi-scomparsa. I membri sono John Gibson, voce, chitarra solista e ritmica, Nathan Clanney, altra chitarra, Mason Moore ai drums e Matt Miller al basso. Il loro death diretto e micidiale spiazza l’ascoltatore lasciando brandelli di incertezza e dubbi sulla propria esistenza. Non si può parlare di un growl da parte del vocalist, poiché canta con voce quasi pulita e per un lungo tratto priva di contaminazioni "death". La intro Deathmarch si apre con una serie di suoni effettati e una chitarra che intona la marcia imperiale di "Guerre Stellari". É un omaggio alla saga di George Lucas o anche un preludio a ciò che avverrà dopo? Un modo per raccontarci in quale marciume è immerso questo mondo o un semplice espediente artistico? Non importa, basta sapere che è tutto finalizzato a rendere il long-playing ancora più appetibile. Difatti la seconda track Carnage descrive bene cos’è il massacro tra uomo e uomo con dei riff minacciosi e pieni di risentimento verso un mondo che ti costringe a diventare un mostro pur di sopravvivere: il testo infatti recita "I kill to live, I live to kill"; forse un ammonimento a non imbracciare armi e anelare alla pace? Qualunque cosa sia il brano si chiude con un breve passaggio di chitarra acustica, che sottolinea la calma apparente a cui giunge questa "guerra sonora" che era cominciata con quelle cupe premesse. Il terzo brano Knee deep in the dead non è da meno, pur avendo ritmi più lenti e parti del refrain più ricche che non nel precedente. I riff si fanno più aggressivi e il refrain diventa oltremodo contaminato da diverse soluzioni artistiche quali piccoli bridge tra un riff e l’altro. Il brano mostra alti e bassi di tensione, momenti in cui esplode in tutta la sua potenza e in cui si fa trascinare dalle melodie costruite ad arte per sembrare più decadenti possibili. La voce di Gibson diventa più grezza e questo forse denota il momento topico del brano, in cui è doveroso raggiungere uno scopo, essere il più sconvolgente possibile, per dimostrare tutta la crudezza musicale che è possibile raggiungere.

Assistiamo a un cambio di stile al momento di ascoltare la quarta traccia, Dissention, che inizia con un ritmo lento e sofferto, che preannuncia un riff di chitarra rozzo e una batteria decisa a piazzare i suoi migliori colpi con un incedere fatto di una serie di percussioni ora veloci, ora lente e abbastanza semplici alle pelli e ai piatti, risultando quasi una cavalcata con i suoi alti e bassi, alternando momenti di ampio respiro a quelli di concentrazione sulle chitarre, che intessono interessanti melodie con assoli bene piazzati. In questo momento il tempo rallenta e subisce un calo nella tensione generata da questi strumenti così ben articolati (un affiatamento eccezionale), ma subito riprende il consueto ritmo del refrain e i riff cattivi più che mai fanno la loro ricomparsa per dirci quanto siano necessari in questo momento in cui la voce di Gibson si fa ancora più cattiva. Magistrale il lavoro di Gibson e Clanney alle rispettive chitarre, finora ci hanno deliziato con riff di una tragicità sconvolgente, mentre nel quinto pezzo, ovvero la title track, si sente un arpeggiare di chitarra non distorta, e le note si susseguono con lenta progressione, con tonalità tirate e apocalittiche; i riff successivi che scoppiano sul finire di questo arpeggio sembrano non smentire questo mood che si viene creando, facendo la loro parte accompagnando in maniera pulita la voce di Gibson che mostra sempre di avere quella marcia in più per risultare aggressiva quanto basta senza dover usare per forza un growl selvaggio. É uno dei brani più lunghi, assieme a Dissention (rispettivamente di otto e sette minuti). Il ritmo serrato si interrompe e inizia un'altra serie di mastodontici riff e note acute con ampio uso della barra del tremolo, con più voci (presumo sempre dello stesso Gibson) che urlano una contro l’altra facendo a gara a quale sia l’espressione più cattiva mai uscita dalla bocca di essere umano. Il tutto poi acquista un tono sempre più apocalittico e di giudizio finale, grazie a un lento decadentismo delle melodie qui proposte. Il ritmo si fa sempre più lento finché non c’è un cambio di registro alla batteria e ritorna prepotente il refrain, dopo innumerevoli intermezzi. La voce diventa sempre più rabbiosa e abrasiva e le chitarre creano riff adatti allo scopo, pesanti e di difficile digeribilità. La traccia forse più complessa di tutto l’album.

La lentezza ritmica contraddistingue la sesta traccia Insult to injury, nella quale vengono messi insieme parti incredibilmente spedite e altre che assomigliano più a una marcia imperiale (un altro richiamo a "Guerre Stellari"?). I riff sono potenti come al solito ed esprimono tutta la loro carica emotiva, accompagnando anche un assolo che non brilla per genialità compositiva ma che si lascia ascoltare. Il refrain è difficilmente individuabile, ci sono infatti molti intermezzi e cambi di ritmo e tempistiche di ardua comprensione, ma forse è questo il bello del brano, che sul finale ci palesa il vero refrain che lo costituisce, macchinoso e avvolgente nella sua pesantezza nelle sonorità. Altrettanto difficili da digerire sono i riff della settima traccia Psycho mantium che col loro spirito distruttivo e coraggioso indicano alle nostre orecchie quale percorso prendere per affrontare le asperità che la vita ci pone davanti. Indubbiamente una delle track di maggiore impatto sonoro, costituita da una voce grintosa come non mai e riff e refrain da capogiro, per l’ascolto dei quali bisogna predisporsi mentalmente a ricevere una buona dose di cattiveria (si potrebbe chiamare zelo cristiano) e di schiaffi morali. La penultima opera di questo album è Death from above, fantastica perché le chitarre riescono a imitare il suono di un elicottero in rapida discesa/ascesa (la traduzione sarebbe "Morte dall’alto"), e niente di più adatto - oltre al rumore delle sirene che preannunciano un attacco militare imminente – che sentire delle chitarre furiose esibirsi in un turbinio di riff micidiali, le quali rendono il brano uno dei più evocativi. I riff si susseguono e la voce tremolante dal tanto gridare di Gibson le segue a ruota, fino ad arrivare a un punto in cui il chitarrista si prende la briga di tirare su un assolo di quelli della migliore scuola, accompagnato dall’altro chitarrista che sotto al suo assolo inserisce delle paurose melodie dal tono guerresco, incredibilmente ricco di pathos.

Black è l’ultima traccia, la più melodica probabilmente, e ci introduce in un’atmosfera cupa e affascinante, grazie alla chitarra non distorta, al cui seguito c’è la voce suadente del vocalist che ci porta mentalmente in un mondo malato in cui niente sembra più corrispondere a ciò che dovrebbe esserci di buono; la chitarra distorta sta in un angolino a "commentare" le parti più ruvide e infuriate, con dei riff semplici ma di sicuro impatto. Nella parte finale c’è una rivalsa delle chitarre distorte messe per un pò in ombra, che danno il loro meglio con ulteriori riff decisi a "far male". Personalmente ho apprezzato tantissimo questo brano, con le sue melodie "catchy" e il suo mood cupo. Il disco in sé è una buona prova di ciò che dovrebbe essere il death cristiano. Fa riflettere sulla caducità della natura umana, e ciò è un bene per chi lo ascolterà.

Diego Vacca

VOTO

85

 

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