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Unico e solo full-length del gruppo americano, questo "From
Blackest Darkness" si presenta come il titolo di una band ormai
semi-scomparsa.
I
membri sono John Gibson, voce, chitarra solista e ritmica, Nathan
Clanney, altra chitarra, Mason Moore ai drums e Matt Miller al basso.
Il loro death diretto e micidiale spiazza l’ascoltatore
lasciando brandelli di incertezza e dubbi sulla propria esistenza. Non
si può parlare di un growl da parte del vocalist, poiché canta con voce
quasi pulita e per un lungo tratto priva di contaminazioni "death". La intro Deathmarch si apre con una serie di
suoni effettati e una chitarra che intona la marcia imperiale di "Guerre
Stellari". É un omaggio alla saga di George Lucas o anche un preludio a
ciò che avverrà dopo? Un modo per raccontarci in quale marciume è
immerso questo mondo o un semplice espediente artistico? Non importa,
basta sapere che è tutto finalizzato a rendere il long-playing ancora
più appetibile. Difatti la seconda track Carnage descrive
bene cos’è il massacro tra uomo e uomo con dei riff minacciosi e pieni
di risentimento verso un mondo che ti costringe a diventare un mostro
pur di sopravvivere: il testo infatti recita "I kill to live, I live to
kill"; forse un ammonimento a non imbracciare armi e anelare alla pace?
Qualunque cosa sia il brano si chiude con un breve passaggio di chitarra
acustica, che sottolinea la calma apparente a cui giunge questa "guerra
sonora" che era cominciata con quelle cupe premesse. Il terzo brano
Knee deep in the dead non è da meno, pur avendo ritmi più
lenti e parti del refrain più ricche che non nel precedente. I riff si
fanno più aggressivi e il refrain diventa oltremodo contaminato da
diverse soluzioni artistiche quali piccoli bridge tra un riff e l’altro.
Il brano mostra alti e bassi di tensione, momenti in cui esplode in
tutta la sua potenza e in cui si fa trascinare dalle melodie costruite
ad arte per sembrare più decadenti possibili. La voce di Gibson diventa
più grezza e questo forse denota il momento topico del brano, in cui è
doveroso raggiungere uno scopo, essere il più sconvolgente possibile,
per dimostrare tutta la crudezza musicale che è possibile raggiungere.
Assistiamo a un cambio di stile al momento di ascoltare la
quarta traccia, Dissention, che inizia con un ritmo lento
e sofferto, che preannuncia un riff di chitarra rozzo e una batteria
decisa a piazzare i suoi migliori colpi con un incedere fatto di una
serie di percussioni ora veloci, ora lente e abbastanza semplici alle
pelli e ai piatti, risultando quasi una cavalcata con i suoi alti e
bassi, alternando momenti di ampio respiro a quelli di concentrazione
sulle chitarre, che intessono interessanti melodie con assoli bene
piazzati. In questo momento il tempo rallenta e subisce un calo nella
tensione generata da questi strumenti così ben articolati (un
affiatamento eccezionale), ma subito riprende il consueto ritmo del
refrain e i riff cattivi più che mai fanno la loro ricomparsa per dirci
quanto siano necessari in questo momento in cui la voce di Gibson si fa
ancora più cattiva. Magistrale il lavoro di Gibson e Clanney alle
rispettive chitarre, finora ci hanno deliziato con riff di una tragicità
sconvolgente, mentre nel quinto pezzo, ovvero la title track, si sente
un arpeggiare di chitarra non distorta, e le note si susseguono con
lenta progressione, con tonalità tirate e apocalittiche; i riff
successivi che scoppiano sul finire di questo arpeggio sembrano non
smentire questo mood che si viene creando, facendo la loro parte
accompagnando in maniera pulita la voce di Gibson che mostra sempre di
avere quella marcia in più per risultare aggressiva quanto basta senza
dover usare per forza un growl selvaggio. É uno dei brani più lunghi,
assieme a Dissention (rispettivamente di otto e sette
minuti). Il ritmo serrato si interrompe e inizia un'altra serie di
mastodontici riff e note acute con ampio uso della barra del tremolo,
con più voci (presumo sempre dello stesso Gibson) che urlano una contro
l’altra facendo a gara a quale sia l’espressione più cattiva mai uscita
dalla bocca di essere umano. Il tutto poi acquista un tono sempre più
apocalittico e di giudizio finale, grazie a un lento decadentismo delle
melodie qui proposte. Il ritmo si fa sempre più lento finché non c’è un
cambio di registro alla batteria e ritorna prepotente il refrain, dopo
innumerevoli intermezzi. La voce diventa sempre più rabbiosa e abrasiva
e le chitarre creano riff adatti allo scopo, pesanti e di difficile
digeribilità. La traccia forse più complessa di tutto l’album.
La lentezza ritmica contraddistingue la sesta traccia
Insult to injury, nella quale vengono messi insieme parti
incredibilmente spedite e altre che assomigliano più a una marcia
imperiale (un altro richiamo a "Guerre Stellari"?). I riff sono potenti
come al solito ed esprimono tutta la loro carica emotiva, accompagnando
anche un assolo che non brilla per genialità compositiva ma che si
lascia ascoltare. Il refrain è difficilmente individuabile, ci sono
infatti molti intermezzi e cambi di ritmo e tempistiche di ardua
comprensione, ma forse è questo il bello del brano, che sul finale ci
palesa il vero refrain che lo costituisce, macchinoso e avvolgente nella
sua pesantezza nelle sonorità. Altrettanto difficili da digerire sono i
riff della settima traccia Psycho mantium che col loro
spirito distruttivo e coraggioso indicano alle nostre orecchie quale
percorso prendere per affrontare le asperità che la vita ci pone
davanti. Indubbiamente una delle track di maggiore impatto sonoro,
costituita da una voce grintosa come non mai e riff e refrain da
capogiro, per l’ascolto dei quali bisogna predisporsi mentalmente a
ricevere una buona dose di cattiveria (si potrebbe chiamare zelo
cristiano) e di schiaffi morali. La penultima opera di questo album è
Death from above, fantastica perché le chitarre riescono a
imitare il suono di un elicottero in rapida discesa/ascesa (la
traduzione sarebbe "Morte dall’alto"), e niente di più adatto - oltre al
rumore delle sirene che preannunciano un attacco militare imminente –
che sentire delle chitarre furiose esibirsi in un turbinio di riff
micidiali, le quali rendono il brano uno dei più evocativi. I riff si
susseguono e la voce tremolante dal tanto gridare di Gibson le segue a
ruota, fino ad arrivare a un punto in cui il chitarrista si prende la
briga di tirare su un assolo di quelli della migliore scuola,
accompagnato dall’altro chitarrista che sotto al suo assolo inserisce
delle paurose melodie dal tono guerresco, incredibilmente ricco di
pathos.
Black è l’ultima traccia, la più melodica
probabilmente, e ci introduce in un’atmosfera cupa e affascinante,
grazie alla chitarra non distorta, al cui seguito c’è la voce suadente
del vocalist che ci porta mentalmente in un mondo malato in cui niente
sembra più corrispondere a ciò che dovrebbe esserci di buono; la
chitarra distorta sta in un angolino a "commentare" le parti più ruvide
e infuriate, con dei riff semplici ma di sicuro impatto. Nella parte
finale c’è una rivalsa delle chitarre distorte messe per un pò in ombra,
che danno il loro meglio con ulteriori riff decisi a "far male".
Personalmente ho apprezzato tantissimo questo brano, con le sue melodie
"catchy" e il suo mood cupo. Il disco in sé è una buona prova di ciò che dovrebbe essere
il death cristiano. Fa riflettere sulla caducità della natura umana, e
ciò è un bene per chi lo ascolterà.
Diego Vacca |