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"A Matter Of Time", album edito dalla Bombworks Records, è il secondo lavoro del gruppo
che fa seguito a "Gothic Soul" e che si rivela piuttosto valido
nonostante alcuni limiti che in futuro dovranno essere decisamente
superati.
Tutti classificano il genere del gruppo come gothic, personalmente però
non me la sento di utilizzare questa definizione nonostante le melodie
siano imbevute di aromi malinconici: per me sono gothic i Virgin
Black, i Saviour Machine o i Kohllapse, ma è anche
vero però che questo è un genere che difficilmente rientra in canoni
precisi e sopratutto dipende dalla propria percezione. Così definirei il
sound di questo combo brasiliano (Rodrigo Shimabukuro alla voce e al
basso e Evandro Vaz alla chitarra) un melodic heavy dai tempi a volte
piuttosto sostenuti, misto a velature power e prog ed impregnato di
atmosfere decadenti. Ma lasciamo da parte le inutili dissertazioni circa
su quale tipo di binario dobbiamo incanalare il gruppo e concentriamoci
su questa musica che penetra e lascia, seppur a tratti, il segno.
Nelle nove tracce che
compongono l’album si spazia su melodie in cui è facile lasciarsi
andare, guidati da ritmiche a volte suadenti a volte serrate, da
tastiere a tratti sinfoniche, dal buono guitar riffing e da atmosfere a
tratti decadenti. Musicalmente gli Amos sono molto validi,
peccato però per la voce, tallone d’achille di questo disco: ottima
sulle tonalità più basse in cui dà un efficace tocco malinconico, molto
meno convincente in quelle più alte utilizzate nei brani più veloci ed
heavy come Pentecost e Shadow of thy cross
che nonostante la suddetta pecca riescono a risplendere di luce propria.
Dopo il passaggio non
troppo incisivo di Ark of the covenant, altro brano
prettamente heavy aperto da dei decisi riff seguiti alla fine da
un’inaspettata esplosione prog, si entra nella parte più interessante
del disco: The gathering attacca con dolci e malinconiche
note di piano per poi rivelarsi in tutta la sua epicità grazie ad un
efficace melodia condita da inserti sinfonici, inserti che ritroviamo
primeggiare in Alone in cui si tocca il momento più
emozionante dell’album: brano intimista il cui grido soffocato e
bisognoso di fede (I need Your love, / I need Your grace, / I miss Your
voice, / speak with me every day) non farà fatica a stamparsi nel cuore.
Time to die corre veloce su ritmati passaggi tastieristici
mentre la poderosa For me, aperta da fraseggi di acustica,
ha un animo introspettivo e solenne allo stesso tempo: "I’d give my life
for You, my Saviour, / I’d give my life for You, please forgive my sins
/ (…) bring me to Your life, bring to Your life". A chiudere un altro
brano veloce, l’energica Depression, che ci lascia però
con lenti e tristi note sul verso "because ashes are blown away".
Quello che ne esce
dall’ascolto del Cd è un giudizio più che positivo che riesce ad andare
oltre la prova vocale del bassista, convincente solo a fasi alterne.
Speriamo che questa imperfezione sia limata già dal prossimo album, per
il resto possiamo stare tranquilli.
Ilaria Ricci |