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Come auspicavamo nella recensione del precedente
debut, ritornano gli Ancient Plagues con positive novità
musicali. Si allarga anche la formazione che dal, praticamente, one man
band inglese Gedaliah, include anche elementi statunitensi e portoricani
(da segnalare l’affascinante singer Sakara, dal look che non passa certo
inosservato)
Dopo uno sguardo alla copertina, piuttosto cruda,
ascoltiamo. Si parte con la intro sovrannaturale The inner dyad.
Death by a thousand wounds è un disturbante depressive,
non privo di una straniata melodia. E’ splendida song The
manifestation per solo synth, dal pathos drammatico e spaziale;
pezzo migliore del disco, certamente. La tenebrosa e sensuale voce di
Sakara, in tedesco, introduce i lamenti di Litany of scars I.
Con Animus si ritorna al depressive. Indubbiamente le
tastiere aggiungono spessore a questo tipo di composizioni, altrimenti
piatte. The herd è composta da canti gregoriani versati in
chiave industrial. Litany of scars II è canzone di black
depressivo, veramente convincente.
Strano questo disco, veramente ottimo nelle parti ambient ed
industriali, solo più che sufficiente, anche se in crescendo, nelle
situazioni metalliche. Comunque consigliato a chi ama le
sperimentazioni. Le ultime notizie danno la band come sciolta (e ci
credo, anche con le moderne tecnologie resta difficile tenere unite due
sponde dell’Atlantico).
Daniele E.
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