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ANGEL 7
Black And White
 
 

 

ANGEL 7
The 7th Angel
melodic death
2002 - Self
(Ucraina)
www.7angel.spb.ru

 

Granitico melodic death/thrash proveniente dall’Ucraina. I due soli membri di questo gruppo dal nome apocalittico ci propongono una miscela sanguigna e prepotente di due generi che si corrispondono a meraviglia. É il loro terzo lavoro dopo un Ep e uno split album (rispettivamente "The 7th Angel" e "Total Armageddon") e da ciò si può facilmente presumere che abbiano preso gusto a suonare un metal spesso relegato agli ascoltatori più "estremi". Il full-length nel complesso è ben curato, e il grosso del lavoro fatto da Malinin denota una certa esperienza nel dover far fronte alla difficoltà di cimentarsi con svariati strumenti, oltre che curare la globalità del tutto per amalgamare il più possibile il suono prodotto sia da lui che da Kiriljuk. Menzione a parte per quest’ultimo, che ci regala alcune raffinatezze stilistiche e ci accompagna in questo viaggio verso le più profonde tematiche della cristianità con un uso magistrale di riff primigenii che sono alla base di qualsiasi opera di stampo death, dimostrandosi perfettamente all’altezza del ruolo che ricopre; è lui che (a parte la batteria) costituisce l’ossatura di ogni singolo pezzo. É da ricordare che si tratta pur sempre di due sole persone che sopperiscono (grandiosamente) alla mancanza di (minimo) altri due membri. Malinin alterna lunghi momenti di growl "acuto" a brevi parti in cui canta in chiaro, con una voce intensa e calda che scandisce le parole di alcune delle dieci track presenti. Si occupa di curare – con buoni risultati – la fase compositiva della tastiera, che in alcune tracks è uno sfondo musicale perfetto per centrare il messaggio che questa band ucraina vuole trasmetterci.

Il primo brano, The last day, si apre con una melodia trascinante, che ci immerge in un’atmosfera carica di pathos; non c’è nemmeno il tempo di abituarsi al "luogo mentale" che la tastiera produce (con varie soluzioni tra i vari strumenti in synth), che subito siamo sommersi dall’impeto della chitarra la quale parte con un riff poderoso, a cui fa seguito la voce abrasiva di Malinin. Quest’ultima si aggiunge poi al chorus, presumo curato sempre dallo stesso Malinin, che se non fosse per il suo compagno sarebbe il one-man-band. Dopo aver assimilato tutto questo c’è spazio anche per un assolo di Kiriljuk, che accalappia con la sua sonorità acre, in linea con il resto del pezzo. Ecco che arrivati alla seconda traccia Jesus the Savior, avendo preso confidenza col mood generato dai due ucraini, c’è un’iniziale introduzione di tastiera e chitarra, che si intrecciano perfettamente, fino a sconfinare in un thrashing violento della medesima chitarra, con potenti note alte di growl da parte di Malinin, che muta poi in un'altra parte in clean. Il refrain è di breve durata e di facile ascolto, mentre il riffing che ne è al di fuori è veloce, potente e incisivo, e ci dà modo di assaporare qualche momento di libertà: preso assieme ai periodi in cui si fa largo il canto in clean, hanno in sé una eticità non comune in produzioni di questo genere, grazie anche alla batteria che fa da motore in questa cavalcata death. C’è poi un breve intermezzo, verso la fine, in cui dapprima il ritmo è cadenzato e la chitarra ci ricama sopra, mentre quando la batteria comincia a dare il suo contributo diventa una marcia sonora di incredibile effetto. Parlando del terzo brano, Revival in Christ, si tratta di una composizione semi-acustica per quanto riguarda l’introduzione e la parte finale. Il tutto inizia con un arpeggio acustico e un sottofondo corale che non fa presagire per niente ciò che accade dopo, anzi questa soluzione dovrebbe sorprendere l’ascoltatore; una martellante batteria e la voce stridente del vocalist sono un ottimo accompagnamento per il riff ricorrente, che dà tutta la sua carica energetica a questo pezzo. Ci sono diversi punti della traccia che sottolineano il grande affiatamento tra la tastiera e il resto della strumentistica, laddove infatti non basta una linea di basso o di chitarra a dare quella marcia in più al tutto, ci pensa Malinin a rimediare a ciò, trovando delle idee alquanto geniali per dare una buona impronta auditiva tramite il solo uso di suoni synth.

Quarta per ordine ma non per importanza è Lion from Judah’s knee che ha il proprio punto di forza nell’estrema precisione della chitarra, nel sottolineare ogni aspetto della composizione, specialmente quando suona senza distorsione e accompagna la voce dapprima pulita e limpida, ed in seguito sporca e rabbiosa come si conviene. Questo è l’episodio "melodioso" del full-length, forse più vicino all’happy metal (eccettuata la voce) che non al death, almeno per quel che riguarda i riff, a volte contrastanti nella loro melodia e potenza, e il refrain, che cattura l’attenzione di chi fruisce di quest’opera. Procediamo quindi con Word of the Christ che ci dimostra come si possa tenere in stato di tensione chi ha la fortuna di poter apprezzare questo album. Si parte con dei veloci riff granitici e una batteria onnipresente (e questa è una fortuna) che ci dimostra come da semplice riferimento ritmico possa essere lo strumento definitivo per qualsiasi band metal. Come nelle precedenti track, anche qui sono presenti delle parti cantate in chiaro, quasi corali, che danno al disco un tocco di maestosità. La chitarra si occupa di sfornare una sequenza di note che impreziosisce il brano, cattura l’attenzione e dà a chi ascolta un motivo in più per riascoltare più volte questa piccola opera. L’incessante presenza dei rocciosi riff caratterizza Winner, che oltre ad essere uno dei brani più spediti dell’album risulta anche uno dei più rapidi in una prima fase d’assimilazione proprio per via della formula attuata con l’inserimento di più intermezzi con voce pulita e senza distorsione. Il ritmo imposto dalla track è serrato e induce a un ascolto approfondito, proprio per apprezzarne meglio le trovate chitarristiche (buone le melodie che fanno da contrappunto ai riff più pesanti). É un momento di evasione da quello che costituisce il resto dell’album, in quanto può essere motivo di semplice ascolto (non necessita di aver sentito i restanti brani, in quanto li riassume) e, se non fosse che è inserito in un full-length, sarebbe stato perfetto come singolo.

Suonato in maniera molto semplice, il settimo pezzo The glass sea è l’unico strumentale delle dieci track. É una ballata che ha un non so che (chiamiamolo fascino) e permette di rilassarsi un poco e prendere fiato; ci sono pochi inserimenti di tastiera (parti abbastanza effettate) per tutto il resto è pura chitarra acustica, dalle melodie antiche e sempre nuove. A questa track fa seguito Eternity calls, traccia di notevole impatto che col suo refrain così immediato ci trasporta subito a una dimensione (costruita grazie anche a un susseguirsi di note di tastiera) alternativa, in cui è la voce a farla da padrone, sovrastando per certi versi i riff imponenti di Kiriljuk. Segue un assolo veramente catchy e ben fatto che accompagna come si deve il punto di fine di questo brano. In Sword of the word (penultima traccia) i riff si fanno più thrash e fiancheggiano la roca voce del vocalist in una grande esibizione di potenza vocale, per di più alternando un sano growl primitivo a brevi parti corali di grande effetto. Il ritmo che si impone è carico di emozioni e il refrain trasmette una gran voglia di liberarsi dei propri pesi spirituali. Il nome della track di chiusura è enigmatico, forse impossibile da capire a meno che non si sappia l’ucraino e si possa tradurre il testo del brano, tuttavia non è questo che determina la carica emotiva di questo Correct rate, che propone un sound death/thrash di notevole intensità e che esercita una tale presa grazie alle soluzioni "riff selvaggio" più "accompagnamento in synth". Lo spirito dell’album è far sorgere curiosità in chi si fa trasportare anche solo da mezzo minuto di questi valide canzoni, cosicché possa svilupparsi la voglia di ascoltarle in sequenza (eccetto per Winner che ritengo un episodio a parte). Buona prova dei due ucraini, e lode a loro per averci dato questo piccolo gioiello di death metal melodico.

Diego Vacca

VOTO

83

 

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