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Granitico melodic death/thrash proveniente dall’Ucraina. I due soli
membri di questo gruppo dal nome apocalittico ci propongono una miscela
sanguigna e prepotente di due generi che si corrispondono a meraviglia.
É il loro terzo lavoro dopo un Ep e uno split album (rispettivamente
"The 7th Angel" e "Total Armageddon") e da ciò si può
facilmente presumere che abbiano preso gusto a suonare un metal spesso
relegato agli ascoltatori più "estremi". Il full-length nel complesso è
ben curato, e il grosso del lavoro fatto da Malinin denota una certa
esperienza nel dover far fronte alla difficoltà di cimentarsi con
svariati strumenti, oltre che curare la globalità del tutto per
amalgamare il più possibile il suono prodotto sia da lui che da Kiriljuk.
Menzione a parte per quest’ultimo, che ci regala alcune raffinatezze
stilistiche e ci accompagna in questo viaggio verso le più profonde
tematiche della cristianità con un uso magistrale di riff primigenii che
sono alla base di qualsiasi opera di stampo death, dimostrandosi
perfettamente all’altezza del ruolo che ricopre; è lui che (a parte la
batteria) costituisce l’ossatura di ogni singolo pezzo. É da ricordare
che si tratta pur sempre di due sole persone che sopperiscono
(grandiosamente) alla mancanza di (minimo) altri due membri. Malinin
alterna lunghi momenti di growl "acuto" a brevi parti in cui canta in
chiaro, con una voce intensa e calda che scandisce le parole di alcune
delle dieci track presenti. Si occupa di curare – con buoni risultati –
la fase compositiva della tastiera, che in alcune tracks è uno sfondo
musicale perfetto per centrare il messaggio che questa band ucraina
vuole trasmetterci.
Il primo brano, The last day, si apre con una
melodia trascinante, che ci immerge in un’atmosfera carica di pathos;
non c’è nemmeno il tempo di abituarsi al "luogo mentale" che la tastiera
produce (con varie soluzioni tra i vari strumenti in synth), che subito
siamo sommersi dall’impeto della chitarra la quale parte con un riff
poderoso, a cui fa seguito la voce abrasiva di Malinin. Quest’ultima si
aggiunge poi al chorus, presumo curato sempre dallo stesso Malinin, che
se non fosse per il suo compagno sarebbe il one-man-band. Dopo aver
assimilato tutto questo c’è spazio anche per un assolo di Kiriljuk, che
accalappia con la sua sonorità acre, in linea con il resto del pezzo.
Ecco che arrivati alla seconda traccia Jesus the Savior,
avendo preso confidenza col mood generato dai due ucraini, c’è
un’iniziale introduzione di tastiera e chitarra, che si intrecciano
perfettamente, fino a sconfinare in un thrashing violento della medesima
chitarra, con potenti note alte di growl da parte di Malinin, che muta
poi in un'altra parte in clean. Il refrain è di breve durata e di facile
ascolto, mentre il riffing che ne è al di fuori è veloce, potente e
incisivo, e ci dà modo di assaporare qualche momento di libertà: preso
assieme ai periodi in cui si fa largo il canto in clean, hanno in sé una
eticità non comune in produzioni di questo genere, grazie anche alla
batteria che fa da motore in questa cavalcata death. C’è poi un breve
intermezzo, verso la fine, in cui dapprima il ritmo è cadenzato e la
chitarra ci ricama sopra, mentre quando la batteria comincia a dare il
suo contributo diventa una marcia sonora di incredibile effetto.
Parlando del terzo brano, Revival in Christ, si tratta di
una composizione semi-acustica per quanto riguarda l’introduzione e la
parte finale. Il tutto inizia con un arpeggio acustico e un sottofondo
corale che non fa presagire per niente ciò che accade dopo, anzi questa
soluzione dovrebbe sorprendere l’ascoltatore; una martellante batteria e
la voce stridente del vocalist sono un ottimo accompagnamento per il
riff ricorrente, che dà tutta la sua carica energetica a questo pezzo.
Ci sono diversi punti della traccia che sottolineano il grande
affiatamento tra la tastiera e il resto della strumentistica, laddove
infatti non basta una linea di basso o di chitarra a dare quella marcia
in più al tutto, ci pensa Malinin a rimediare a ciò, trovando delle idee
alquanto geniali per dare una buona impronta auditiva tramite il solo
uso di suoni synth.
Quarta per ordine ma non per importanza è Lion from
Judah’s knee che ha il proprio punto di forza nell’estrema
precisione della chitarra, nel sottolineare ogni aspetto della
composizione, specialmente quando suona senza distorsione e accompagna
la voce dapprima pulita e limpida, ed in seguito sporca e rabbiosa come
si conviene. Questo è l’episodio "melodioso" del full-length, forse più
vicino all’happy metal (eccettuata la voce) che non al death, almeno per
quel che riguarda i riff, a volte contrastanti nella loro melodia e
potenza, e il refrain, che cattura l’attenzione di chi fruisce di quest’opera.
Procediamo quindi con Word of the Christ che ci dimostra
come si possa tenere in stato di tensione chi ha la fortuna di poter
apprezzare questo album. Si parte con dei veloci riff granitici e una
batteria onnipresente (e questa è una fortuna) che ci dimostra come da
semplice riferimento ritmico possa essere lo strumento definitivo per
qualsiasi band metal. Come nelle precedenti track, anche qui sono
presenti delle parti cantate in chiaro, quasi corali, che danno al disco
un tocco di maestosità. La chitarra si occupa di sfornare una sequenza
di note che impreziosisce il brano, cattura l’attenzione e dà a chi
ascolta un motivo in più per riascoltare più volte questa piccola opera.
L’incessante presenza dei rocciosi riff caratterizza Winner,
che oltre ad essere uno dei brani più spediti dell’album risulta anche
uno dei più rapidi in una prima fase d’assimilazione proprio per via
della formula attuata con l’inserimento di più intermezzi con voce
pulita e senza distorsione. Il ritmo imposto dalla track è serrato e
induce a un ascolto approfondito, proprio per apprezzarne meglio le
trovate chitarristiche (buone le melodie che fanno da contrappunto ai
riff più pesanti). É un momento di evasione da quello che costituisce il
resto dell’album, in quanto può essere motivo di semplice ascolto (non
necessita di aver sentito i restanti brani, in quanto li riassume) e, se
non fosse che è inserito in un full-length, sarebbe stato perfetto come
singolo.
Suonato in maniera molto semplice, il settimo pezzo
The glass sea è l’unico strumentale delle dieci track.
É una ballata che ha un non so che (chiamiamolo fascino) e
permette di rilassarsi un poco e prendere fiato; ci sono pochi
inserimenti di tastiera (parti abbastanza effettate) per tutto il resto
è pura chitarra acustica, dalle melodie antiche e sempre nuove. A questa
track fa seguito Eternity calls, traccia di notevole
impatto che col suo refrain così immediato ci trasporta subito a una
dimensione (costruita grazie anche a un susseguirsi di note di tastiera)
alternativa, in cui è la voce a farla da padrone, sovrastando per certi
versi i riff imponenti di Kiriljuk. Segue un assolo veramente catchy e
ben fatto che accompagna come si deve il punto di fine di questo brano.
In Sword of the word (penultima traccia) i riff si fanno
più thrash e fiancheggiano la roca voce del vocalist in una grande
esibizione di potenza vocale, per di più alternando un sano growl
primitivo a brevi parti corali di grande effetto. Il ritmo che si impone
è carico di emozioni e il refrain trasmette una gran voglia di liberarsi
dei propri pesi spirituali. Il nome della track di chiusura è
enigmatico, forse impossibile da capire a meno che non si sappia
l’ucraino e si possa tradurre il testo del brano, tuttavia non è questo
che determina la carica emotiva di questo Correct rate,
che propone un sound death/thrash di notevole intensità e che esercita
una tale presa grazie alle soluzioni "riff selvaggio" più
"accompagnamento in synth". Lo spirito dell’album è far sorgere curiosità in chi si fa
trasportare anche solo da mezzo minuto di questi valide canzoni,
cosicché possa svilupparsi la voglia di ascoltarle in sequenza (eccetto
per Winner che ritengo un episodio a parte). Buona prova
dei due ucraini, e lode a loro per averci dato questo piccolo gioiello
di death metal melodico.
Diego Vacca |