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INTERVISTA
12/6/2013
 
 

 

ANTESTOR
The Forsaken
unblack
2005 - EndTime Productions
(Norvegia)
www.myspace.com/antestorband - www.antestor.no
 

Vagheggiate per un istante una band che assembli due storici membri dei leggendari Antestor, quali il chitarrista Vemod ed il bassista Gard, con il meglio dei scissi Vaakevandring, ossia il fenomenale tastierista Morten Sigmund Magerøy, in arte Sygmoon, ed il migliore screamer del panorama unblack, Ronny "Vrede" Hansen; considerate poi in questo ipotetico scenario tutti costoro fermi da molti anni e con quindi tantissimo materiale accumulato in proprio da poter, da voler, esprimere; aggiungete utopicamente a tale combo come guest dietro le pelli il miglior blackster drummer di sempre, Jan Axel von Blomberg meglio conosciuto come Hellhammer (Mayhem, Arcturus, The Kovenant, Shining, Winds, ecc). Sforzatevi un attimo ancora a pensare se a questo già faraonico gruppo innestiamo gli spettacolari solos del chitarrista neoclassicheggiante Bjorn Leren e la soave voce lirica di Ann-Mari Edvardsen. Ora, sempre in questa pindarica illusione, mettiamo il caso che la produzione di un loro ipotetico album sia assolutamente stellare, che il rivestimento grafico sia in digipack, curatissimo in ogni dettaglio, dalle - interne - accattivanti cromature dark e dal cover art - esterno - firmato da uno dei più grandi disegnatori in ambito metal, Necrolord. A questa sovrabbondanza di lusso addizioniamo un esaltante concept, colto nel suo significato fin dal primo sguardo al digipack aperto e steso, e delle sapienti lyrics che si focalizzano sull'interpretazione del dolore e della morte dal punto di vista cristiano, imperniate per giunta su un marcato substrato escatologico. Dato che ci siamo e che sognare non costa nulla, per manie di perfezione aggiungiamo un magnifico logo gothicheggiante del nome Antestor ed anche una foto in scala di grigi della band in posa nei pressi di un torrente all'interno di una spettrale foresta norvegese. Viene spontaneo da chiedersi: l'illusione aiuta a tirare avanti o è una nociva falsa speranza? Non è una domanda questa che ora ci riguarda perchè tutto quello che abbiamo reso un miraggio è al contrario assolutamente vero e tangibile: "The Forsaken", ovvero il miglior unblack album dei nostri tempi, dei tempi passati, e, probabilmente, dei tempi futuri. La sublimazione del genere, un'ascensione ai razionali confini dell'inarrivabile.

Si stende immediatamente un oscuro velo con un'angelica voce femminile che rapisce tutti i nostri pensieri e ci conduce nel sinistro antro di un black possente, cupo e dal tagliente ed abrasivo screaming, inframmezzato da pseudo-rilassamenti tastieristici, rintocchi di gong, aggressive voci clean, e un gran bel lungo solo: il finale ci riserva un delirio di scream e growl annientato, perchè sovrastato, da una paurosa esplosione sonora: è l'inizio del capolavoro, Rites of death. Già in completa balìa dell'evento eccoci giungere Old times cruelty attraverso un assuefacente riff d'acustica, a cui subentra la strumentazione più attesa, la quale detona in un tirato black melodico dal sound neoclassicheggiante dovuto sia ai cori accennati che alle sublimi tastiere sinfoniche di Sygmoon. Lo screaming di Vrede lascia esterrefatti per pulizia e penetranza corrosiva. Via dolorosa: quando il citato singer pronuncia le parole che danno il titolo alla track in un momento di evocativa e turbante melodicità i vostri corpi si inonderanno di brividi: accelerazioni black infarcite baroccamente di tastiere, doom straziante con growl e scream, eccellente assolo, distorte e tenebrose linee vocali e clean in latino compongono il mosaico di una delle più belle black song che abbia mai udito. Raade è un indescrivibile viaggio pindarico, un trascendente passaggio dal buio alla luce in cui ci trascinano, noi impotenti, tastiere, pianoforte e la female vocal di cui sopra: ma Raade è reale o un'allucinazione uditiva? Storditi da tutto ciò e già in quasi completo stato confusionale proviamo comunque ad andare avanti resistendo alle tentazione di riascoltare tutto da capo: e così ecco The crown I carry; l'inizio è ambiguo, cela sicuramente qualcosa di grosso che sta per succedere, così infatti è, ed è cosa meravigliosa la sfuriata black!, scissa in due da un varco portatore di un angosciante doom solennizzato ancor più da uno scream in versione recitato; chiude il black più melodico in cui troneggia maestoso un lodevole assolo.

Traccia sei, siamo quindi giunti a metà cammino. Sarà la seconda parte di "The Forsaken" all'altezza della strabordante prima? Può davvero essere che sia così per tutto il cd?, ci chiediamo; e la risposta è si, pazzesco, ma è addirittura così per tutti i 45 minuti totali. La sesta traccia dicevamo, Betrayed, 4:21 di cambi di ritmo e velocità impossibili, di tastiere sinfoniche sontuose, di uno screaming che ti corrode fino a guardarti l'anima, di un magistrale guitar solo e proclami in pulito: il livello che raggiunge lo stato emotivo è qui completamente fuori scala. Come possono il cuore e la mente non tornare a "The Return Of The Black Death" già fin dalle primissime note di Vale of tears? Impossibile non cogliere questa citazione-rimando. Doom angosciante, proclami in clean, percussioni marziali ed uno screaming agonizzante; conoscendo l'altro capolavoro della band non ce lo si attendeva ma a questo punto la linea stilistica della song cambia: l'intensità strumentale progredisce nei tempi e nelle battute per sfociare in un black melodico dalle testiere sinfoniche, con un ispiratissimo delirio chitarristico conclusivo. Hellhammer torna un'autentica mitraglia nelle pagine di apertura del successivo capitolo, The return; il ritmo discende ma si impenna l'angoscia che trova sfogo in una stordente estensione solistica neoclassica. Nuovo irreale caos percussionistico col solito screaming commosso e commovente, ed ecco che Sygmoon decide di stenderci definitivamente al tappeto con l'inserimento di campionamenti orchestrali: le ritmiche più ariose ed il successivo assolo servono soltanto a farci riprendere da questo ulteriore shock emozionale. E forse è anche questa la funzione dell'intro di As I die, powereggiante?! Si. Questo strano scossone ci ridesta della levitazione onirica e lascia perplessi per alcuni secondi, quando cioè torna la black way, più rilassata e volta all'accompagnamento dell'intreccio vocale tra screaming e una possente voce ieratica; ecco a questo punto che il ritmo si reintensifica, sta per succedere di nuovo forse? No stavolta, perchè a sorpresa ritornano le note dell'intro!, ma è solo un gioco di poco dato che subito vengono sommerse da tetre melodie e tecnici arrangiamenti, in cui la doppia cassa del superguest inizia ad asfaltare tutto ciò che trova dinanzi, ma non i gorgheggi lirici della soprano che emergono dalle tenebre illuminandole fiocamente di dolore, manifestantesi in tutta la sua sublime malinconicità, nella strumentale neoclassica finale Mitt hjerte, un totalizzante viaggio della mente e dei sensi che proietta nell'emozione sconfinata e fa intravedere quell'infinito oceano di luce, meta e compimento dell'umano esistere. Il "The Forsaken" del concept grafico (il bimbo che muore, quindi puro, quindi salvo eternamente, quindi per questo "eletto") ora lo possiede.

Al primo ascolto vi colpirà, nei seguenti vi lascerà a bocca aperta: molte e molte volte premerete il tasto play facendo headbanging selvaggio; ma ad un certo punto vi fermerete un attimo, ci penserete un po' e resterete attoniti ed increduli nel realizzare quale inestimabile tesoro vi ritrovate a possedere e ad aver il privilegio di ascoltare. Stracciatevi dunque le vesti e battetevi il petto, si, gli Antestor sono tornati!!, avvolti d'immenso.

Vaake

VOTO

100

 

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