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Vagheggiate per un istante una band che assembli due storici membri dei
leggendari Antestor, quali il chitarrista Vemod ed il bassista
Gard, con il meglio dei scissi Vaakevandring, ossia
il fenomenale tastierista Morten Sigmund Magerøy, in arte Sygmoon, ed il migliore screamer
del panorama unblack, Ronny "Vrede" Hansen; considerate
poi in questo ipotetico scenario tutti costoro fermi da molti anni e con quindi tantissimo
materiale accumulato in proprio da poter, da voler, esprimere;
aggiungete utopicamente a tale combo come guest dietro le pelli il miglior blackster drummer
di sempre, Jan Axel von Blomberg meglio conosciuto come Hellhammer (Mayhem,
Arcturus, The Kovenant, Shining, Winds,
ecc). Sforzatevi un attimo ancora a pensare se a questo già
faraonico gruppo innestiamo gli spettacolari solos
del chitarrista neoclassicheggiante Bjorn Leren e la soave voce
lirica di Ann-Mari Edvardsen. Ora, sempre in questa pindarica
illusione, mettiamo il caso che la produzione di un loro ipotetico album sia
assolutamente stellare, che il rivestimento grafico sia in digipack,
curatissimo in ogni dettaglio, dalle - interne - accattivanti cromature dark e
dal cover art - esterno - firmato da uno dei più grandi
disegnatori in ambito metal, Necrolord. A questa
sovrabbondanza di lusso addizioniamo un esaltante concept, colto nel
suo significato fin dal
primo sguardo al digipack aperto e steso, e delle sapienti lyrics
che si focalizzano sull'interpretazione del dolore e della morte dal
punto di vista cristiano, imperniate per giunta su un marcato
substrato escatologico. Dato che ci siamo e che sognare non costa
nulla, per
manie di perfezione aggiungiamo un magnifico logo gothicheggiante del nome
Antestor
ed anche una foto in scala di grigi della band in posa nei pressi di
un torrente all'interno di una spettrale foresta norvegese. Viene
spontaneo da chiedersi: l'illusione aiuta a tirare avanti o è una
nociva falsa speranza? Non è una domanda questa che ora ci riguarda
perchè tutto quello che abbiamo reso un miraggio è al contrario
assolutamente vero e tangibile: "The Forsaken",
ovvero il
miglior unblack album dei nostri tempi, dei tempi passati, e,
probabilmente, dei tempi
futuri. La sublimazione del genere, un'ascensione ai razionali confini dell'inarrivabile.
Si
stende immediatamente un oscuro velo con un'angelica voce femminile
che rapisce tutti i nostri pensieri e ci conduce nel sinistro antro
di un black possente, cupo e dal tagliente ed abrasivo screaming,
inframmezzato da pseudo-rilassamenti tastieristici, rintocchi di gong, aggressive voci clean, e un
gran bel lungo solo: il finale ci riserva un delirio di scream e
growl annientato, perchè sovrastato, da una paurosa esplosione sonora: è l'inizio del
capolavoro, Rites of death. Già in completa balìa
dell'evento eccoci giungere Old times cruelty attraverso
un assuefacente riff d'acustica, a cui subentra la strumentazione più
attesa, la quale detona in un tirato black melodico dal sound neoclassicheggiante
dovuto sia ai cori accennati che alle sublimi
tastiere sinfoniche di Sygmoon. Lo screaming di Vrede lascia
esterrefatti per pulizia e penetranza corrosiva.
Via dolorosa: quando il citato singer pronuncia
le parole che danno il titolo alla track in un momento di evocativa e turbante melodicità i
vostri corpi si inonderanno di brividi: accelerazioni
black infarcite baroccamente di tastiere, doom straziante con growl e scream,
eccellente assolo, distorte e tenebrose linee vocali e clean in latino compongono
il mosaico di una
delle più belle black song che abbia mai udito. Raade
è un indescrivibile viaggio pindarico, un trascendente passaggio dal
buio alla luce in cui ci trascinano, noi impotenti, tastiere,
pianoforte e la female vocal di cui sopra: ma Raade è
reale o un'allucinazione uditiva? Storditi da tutto ciò e già in
quasi completo stato confusionale proviamo comunque ad andare avanti
resistendo alle tentazione di riascoltare tutto da capo: e così ecco The crown I carry; l'inizio
è ambiguo, cela sicuramente qualcosa di grosso che sta per succedere, così
infatti è, ed è cosa
meravigliosa la sfuriata black!, scissa in due da un varco portatore
di un
angosciante doom solennizzato ancor più da uno scream in versione
recitato; chiude il black più melodico in cui troneggia maestoso un
lodevole assolo.
Traccia sei, siamo quindi giunti a metà cammino. Sarà la seconda
parte di "The Forsaken" all'altezza della strabordante prima?
Può davvero essere che sia così per tutto il cd?, ci chiediamo; e la
risposta è si,
pazzesco, ma è addirittura così per tutti i 45 minuti totali. La
sesta traccia dicevamo,
Betrayed, 4:21 di cambi di ritmo e velocità
impossibili, di tastiere sinfoniche sontuose, di uno screaming che ti
corrode fino a guardarti l'anima, di un magistrale guitar solo e
proclami in pulito: il livello che raggiunge lo stato emotivo è qui completamente fuori
scala. Come possono il cuore e la mente non tornare a "The Return
Of The Black Death" già fin dalle primissime note di Vale
of tears? Impossibile non cogliere questa citazione-rimando. Doom angosciante, proclami in clean,
percussioni marziali ed uno screaming agonizzante; conoscendo
l'altro capolavoro della band non ce lo si attendeva ma a questo punto
la linea stilistica della song cambia: l'intensità strumentale
progredisce nei tempi e nelle battute per sfociare in un
black melodico dalle testiere sinfoniche, con un ispiratissimo delirio chitarristico
conclusivo. Hellhammer torna un'autentica mitraglia nelle pagine di
apertura del successivo capitolo, The return; il ritmo
discende ma si impenna l'angoscia che trova sfogo in una stordente
estensione solistica neoclassica. Nuovo irreale caos
percussionistico col solito screaming commosso e commovente, ed ecco
che Sygmoon decide di stenderci definitivamente al tappeto con
l'inserimento di campionamenti orchestrali: le ritmiche più ariose
ed il successivo assolo servono soltanto a farci riprendere da
questo ulteriore shock emozionale. E forse è anche questa la
funzione dell'intro di As I die, powereggiante?! Si.
Questo strano scossone ci ridesta della levitazione onirica e lascia
perplessi per alcuni secondi, quando cioè torna la black
way, più rilassata e volta all'accompagnamento dell'intreccio
vocale tra screaming e una possente voce ieratica; ecco a
questo punto che il ritmo si reintensifica, sta per succedere di
nuovo forse? No stavolta, perchè a sorpresa ritornano le note dell'intro!,
ma è solo un gioco di poco dato che subito vengono sommerse da tetre
melodie e tecnici arrangiamenti, in cui la doppia cassa del
superguest inizia ad asfaltare tutto ciò che trova dinanzi, ma non i
gorgheggi lirici della soprano che emergono dalle tenebre
illuminandole fiocamente di dolore, manifestantesi in tutta la sua
sublime malinconicità, nella strumentale neoclassica finale
Mitt hjerte, un totalizzante viaggio della mente e dei sensi
che proietta nell'emozione sconfinata e fa intravedere quell'infinito
oceano di luce, meta e compimento dell'umano esistere. Il "The
Forsaken" del concept grafico (il bimbo che muore, quindi puro,
quindi salvo eternamente, quindi per questo "eletto") ora lo
possiede.
Al primo ascolto vi colpirà, nei seguenti vi lascerà a bocca
aperta: molte e molte volte premerete il tasto play facendo headbanging selvaggio; ma ad un certo punto vi fermerete un attimo,
ci penserete un po' e resterete attoniti ed increduli nel realizzare
quale inestimabile tesoro vi ritrovate a possedere e ad aver il
privilegio di ascoltare. Stracciatevi dunque le vesti e battetevi il
petto, si, gli Antestor
sono tornati!!, avvolti d'immenso.
Vaake |