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INTERVISTA
12/6/2013
 
 

 

ANTESTOR
The Return Of The Black Death
unblack
1998 - Cacophonous Records
(Norvegia)
www.myspace.com/antestorband - www.antestor.no

 

Anno Domini 1998. Gli Antestor, a seguito del debut album "Martyrium", pubblicano per la Cacophonous Records un album chiamato "The Return Of The Black Death". É già storia. Si tratta di storia perché assieme al disco degli Horde questo lavoro rappresenta i primi passi di un'entità mostruosa la quale ha la pretesa di coniugare l'estremizzazione sonora con testi cristiani, chiamata da molti un-black metal. Il secondo platter della band norvegese è infatti il primo ad essere inciso sotto una vera e propria label, visto che il debut fu autoprodotto. "The Return Of The Black Death", dal titolo che ricorda la morte nera, ovvero la peste che ha dimezzato le popolazioni europee fino a pochi secoli fa, è composto da undici tracce, di cui la prima e l'ultima sono intro e outro che racchiudono le nove perle di cui è composto il disco; di queste stesse, quattro sono cantate in inglese, mentre nelle restanti si è preferito utilizzare l'idioma della terra natia, ovvero il norvegese. Per ciò che concerne la produzione, la definirei buona, anche considerando gli standard su cui viaggiano le produzioni black; a parere di chi scrive il lavoro è stato eccellente sulle parti più lente e melodiche, enfatizzando il suono delle tastiere e delle chitarre (anche il lavoro del basso è spesso ben udibile); invece per quanto riguarda le parti più veloci, trovo che sarebbero potute risultare più potenti valorizzando la doppia cassa, che talvolta tende a rimanere in sordina.

Il sound che la band propone è una sorta di black con marcate influenze doom, impreziosito da stacchi sinfonici, sottolineati dal lavoro delle tastiere. Le chitarre svolgono un lavoro fantastico, pur eseguendo spesso partiture dalla non particolarmente elevata difficoltà esecutiva, ma oserei dire mai scontate, e l'esecuzione risulta essere sempre impeccabile. La parte ritmica affidata al basso e alla batteria è vero non sempre entusiasma, bisogna però far notare che tali strumenti fanno comunque il loro dovere e nel lavoro scandiscono i diversi cambi di tempo. Assumono grande importanza nell'economia del disco le tastiere, capaci di dare respiro nelle pause fra i pezzi veloci e di enfatizzare il tono drammatico e le tinte oscure di certi brani marcatamente doom. Come ultimo la voce, lo scream del cantante è veramente efficace, non credo potesse esserci veramente ugola più adatta per dare voce a quest'opera: grezza e tagliente, e al tempo stesso capace di conferire alle liriche il giusto pathos. Inoltre spesso viene fatto uso di recitativi in cui si unisce voce in growl a quella pulita.

Riguardo i testi, tra quelli a me comprensibili cito il ritornello di A sovereign fortress che più che una dichiarazione di intenti sembra addirittura una professione di fede: "You are my Hope, O Lord, my Trust, O Lord, since boyhood / from birth I have leaned upon You / my protector since I left my mother's vomb"; oltre al ritornello di The bridge of death: "Jesus You fought the battle for me / help me to see that You set me free". "The Return Of The Black Death" è un gran disco e un album di indiscussa importanza storica all'interno del panorama white metal. La band, ancora molto legata alle sonorità doom degli esordi dimostra qui di essere a proprio agio più nei pezzi lenti e capace di comporre autentiche gemme di malinconia che sfocia in disperazione in brani come Sorg o Ancient prophecy, ma che dimostra di sapere muoversi egregiamente anche nei territori propri al black puro; canzoni come la già citata A sovereign fortress assieme a The bridge of death e altre non passano di certo inosservate, non per niente saranno l'humus fertile da cui nascerà quel capolavoro che risponde al nome di "The Forsaken".

Giovanni Nassi

VOTO

90

 

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