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Anno Domini 1998.
Gli Antestor, a seguito del debut album
"Martyrium", pubblicano per la Cacophonous Records un album chiamato
"The Return Of The Black Death".
É già storia. Si tratta di storia perché assieme al disco degli Horde
questo lavoro rappresenta i primi passi di un'entità mostruosa la quale
ha la pretesa di coniugare l'estremizzazione sonora con testi cristiani,
chiamata da molti un-black metal. Il secondo platter della band
norvegese è infatti il primo ad essere inciso sotto una vera e propria
label, visto che il debut fu autoprodotto.
"The Return Of The Black Death", dal titolo che ricorda la morte nera,
ovvero la peste che ha dimezzato le popolazioni europee fino a pochi
secoli fa, è composto da undici tracce, di cui la prima e l'ultima sono intro e outro che racchiudono le nove perle di cui è composto il disco;
di queste stesse, quattro sono cantate in inglese, mentre nelle restanti
si è preferito utilizzare l'idioma della terra natia, ovvero il
norvegese. Per ciò che concerne la produzione, la definirei buona, anche
considerando gli standard su cui viaggiano le produzioni black; a parere
di chi scrive il lavoro è stato eccellente sulle parti più lente e
melodiche, enfatizzando il suono delle tastiere e delle chitarre (anche
il lavoro del basso è spesso ben udibile); invece per quanto riguarda le
parti più veloci, trovo che sarebbero potute risultare più potenti
valorizzando la doppia cassa, che talvolta tende a rimanere in sordina.
Il sound che la band propone è una sorta di black con marcate influenze
doom, impreziosito da stacchi sinfonici, sottolineati dal lavoro delle
tastiere. Le chitarre svolgono un lavoro fantastico, pur eseguendo
spesso partiture dalla non particolarmente elevata difficoltà esecutiva,
ma oserei dire mai scontate, e l'esecuzione risulta essere sempre
impeccabile. La parte ritmica affidata al basso e alla batteria è vero
non sempre entusiasma, bisogna però far notare che tali strumenti fanno
comunque il loro dovere e nel lavoro scandiscono i diversi cambi di
tempo. Assumono grande importanza nell'economia del disco le tastiere,
capaci di dare respiro nelle pause fra i pezzi veloci e di enfatizzare
il tono drammatico e le tinte oscure di certi brani marcatamente doom.
Come ultimo la voce, lo scream del cantante è veramente efficace, non
credo potesse esserci veramente ugola più adatta per dare voce a quest'opera:
grezza e tagliente, e al tempo stesso capace di conferire alle liriche
il giusto pathos. Inoltre spesso viene fatto uso di recitativi in cui si
unisce voce in growl a quella pulita.
Riguardo i testi, tra quelli a me comprensibili cito il
ritornello di
A
sovereign fortress
che più che una dichiarazione di intenti sembra addirittura una
professione di fede: "You are my Hope, O Lord, my Trust, O Lord,
since boyhood / from birth I have leaned upon You / my protector since I
left my mother's vomb";
oltre al
ritornello di
The bridge of death:
"Jesus You fought the battle for me / help me to see that You
set me free".
"The Return Of The Black Death"
è un gran disco e un album di indiscussa
importanza storica all'interno del panorama white metal. La band, ancora
molto legata alle sonorità doom degli esordi dimostra qui di essere a
proprio agio più nei pezzi lenti e capace di comporre autentiche gemme
di malinconia che sfocia in disperazione in brani come
Sorg
o
Ancient prophecy, ma che dimostra di sapere muoversi egregiamente anche nei
territori propri al black puro; canzoni come la già citata
A
sovereign fortress
assieme a
The bridge of death
e altre non passano di certo
inosservate, non per niente saranno l'humus fertile da cui nascerà quel
capolavoro che risponde al nome di
"The Forsaken".
Giovanni Nassi
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