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APOSTISY
Famine Of A Thousand Frozen Years
 
 

 

APOSTISY
Blood That Covers All Sin   (Ep)
melodic death
2005 - Self
(USA)
www.myspace.com/apostisy

 

Che il polistrumentista e growler californiano Edward Velsingard nel suo solo project Apostisy ci metta tutta la passione immaginabile ed una buona dose di professionalità ciò però non va ad implicare necessariamente che il prodotto finale sia di qualità. "Blood The Covers All Sin" è il debut work della band che, seppur autoprodotto, si presenta sotto una veste grafica fascinosa e di livello, ed anche per questo le mie aspettative d'ascolto si erano fatte alte. Uno sguardo prima alle lyrics, per lo più introspettive: Edward ci parla in sostanza della sua esperienza di conversione e del meraviglioso oceano di luce a cui è pervenuto attraversato il doloroso sentiero del vacuo esistenziale prima, della croce poi. Cristo è la salvezza in quanto è il sacrificato "agnello di Dio", il cui sangue versato copre e redime ogni colpa, presente, passata e futura, dell'umanità tutta. L'ottimo lavoro ai testi aumentava ancor più una certa tensione emotiva nell'appropinquarsi delle prime note, nella speranza che tanta cornice contenesse un degna opera. Ma fin da subito ci si rende conto che purtroppo non è così, e la conseguente delusione va prendendo vieppiù corpo.

Il sound "degli" Apostisy si incanala per ben trentatre minuti in un viatico in equilibrio tra un death melodico ed un doom gotico dal profondo growl, che concentra i punti di forza in una buona lead guitar, senz'altro lo strumento che il nostro addomestica meglio, e in discrete partiture tastieristiche avvolgenti nelle loro simile-symphonies; note assai dolenti invece il drumming elementare, la produzione modesta, ma soprattutto l'uso inconsulto delle distorsioni chitarristiche, che tendono di netto a coprire tutti gli altri strumenti. Per non parlare poi del fatto che diverse song qui presenti si assomigliano tra loro non poco nell'intelaiatura compositiva e nella linea armonica. So it begins è per un minuto un intro avvolgente di tastiere ambient e dark industrial, ma poi subentra la strumentazione dalla ritmica doom fatta gotica da quel poco che si sente di chitarra e tastiera, sepolte tout court dalle fastidiose distorsioni. Nel finale la tortura cessa e si può apprezzare una tastiera ariosa ed epico-malinconica. Lest we forget ha un'andatura più celere con un buon growl gutturale lievemente effettato, per il resto si struttura similmente, così come Blood that covers all sin che fortunatamente ha un suono più terso e se ne può così apprezzare il bel giro chitarristico che contraddistingue il brano. In Remembrance, di quasi 8 minuti, ahimè tornano quelle disastrose soluzione di effetti, qui applicate anche al growl: da notare oltre alla solita bella chitarra ed a passaggi doom/gotici una interessante partitura di riffoni dirompenti, molto apprezzabili nel contesto. Più pulita torna First frost of a winter's day, ossia la track che si fa ascoltare con più piacere, il cui clou è senz'altro il finale tastieristico, sinfonicheggiante nell'impasto, dark nel solo conclusivo.

Nel complesso ne esce un lavoro mediocre, il quale avrebbe anche degli spunti, non fossero però sovrastati dalle citate distorsioni invereconde che rendono l'intero lavoro difficilmente (ri)ascoltabile. Rispetto per la bontà d'intenti di Edward Velsingard, ma capita che il cuore non sia sufficiente, e questo è un caso di quelli.

Vaake  

VOTO

52

 

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