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Che il polistrumentista e growler californiano
Edward Velsingard nel suo solo project Apostisy ci metta tutta la
passione immaginabile ed una buona dose di professionalità ciò però non
va ad implicare necessariamente che il prodotto finale sia di qualità.
"Blood The Covers All Sin" è il debut work della band che, seppur autoprodotto,
si presenta sotto una veste grafica fascinosa e di livello, ed anche per
questo le mie aspettative d'ascolto si erano fatte alte. Uno sguardo prima alle lyrics, per lo più
introspettive: Edward ci parla in sostanza della sua esperienza di
conversione e del meraviglioso oceano di luce a cui è pervenuto
attraversato il doloroso sentiero del vacuo esistenziale prima, della croce poi.
Cristo è la salvezza in quanto è il sacrificato "agnello di Dio", il cui
sangue versato copre e redime ogni colpa, presente, passata e futura,
dell'umanità tutta. L'ottimo lavoro ai testi aumentava ancor più una
certa tensione emotiva nell'appropinquarsi delle prime note, nella
speranza che tanta cornice contenesse un degna opera. Ma fin da subito
ci si rende conto che purtroppo non è così, e la conseguente delusione
va prendendo vieppiù corpo.
Il sound "degli" Apostisy si incanala per
ben trentatre minuti in un viatico in equilibrio tra un death melodico
ed un doom gotico dal profondo growl, che concentra i punti di forza in una
buona lead guitar, senz'altro lo strumento che il nostro addomestica
meglio, e in discrete partiture tastieristiche avvolgenti nelle loro
simile-symphonies; note assai dolenti invece il drumming elementare, la
produzione modesta, ma soprattutto l'uso inconsulto delle distorsioni
chitarristiche, che tendono di netto a coprire tutti gli altri
strumenti. Per non parlare poi del fatto che diverse song qui presenti
si assomigliano tra loro non poco nell'intelaiatura compositiva e nella
linea armonica. So it begins è per un minuto un intro avvolgente
di tastiere ambient e dark industrial, ma poi subentra la strumentazione
dalla ritmica doom fatta gotica da quel poco che si sente di chitarra e
tastiera, sepolte tout court dalle fastidiose distorsioni. Nel finale la
tortura cessa e si può apprezzare una tastiera ariosa ed
epico-malinconica. Lest we forget ha un'andatura più
celere con un buon growl gutturale lievemente effettato, per il resto si
struttura similmente, così come Blood that covers all sin
che fortunatamente ha un suono più terso e se ne può così apprezzare il bel giro chitarristico che contraddistingue il brano. In Remembrance,
di quasi 8 minuti, ahimè tornano quelle disastrose soluzione di effetti,
qui applicate anche al growl: da notare oltre alla solita bella chitarra
ed a passaggi doom/gotici una interessante partitura di riffoni
dirompenti, molto apprezzabili nel contesto. Più pulita torna
First frost of a winter's day, ossia la track che si fa
ascoltare con più piacere, il cui clou è senz'altro il finale
tastieristico, sinfonicheggiante nell'impasto, dark nel solo conclusivo.
Nel complesso ne esce un lavoro mediocre, il quale
avrebbe anche degli spunti, non fossero però sovrastati dalle citate
distorsioni invereconde che rendono l'intero lavoro difficilmente (ri)ascoltabile.
Rispetto per la bontà d'intenti di Edward Velsingard, ma capita che il
cuore non sia sufficiente, e questo è un caso di quelli.
Vaake
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