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Questo lavoro si presta a due interpretazioni totalmente
inconciliabili: o la carestia del titolo si riferisce a una mancanza di
idee nelle menti degli autori che hanno preferito provare a proporre la
stessa canzone per otto volte cambiando qualche particolare, o ci
troviamo di fronte a un tentativo riuscito di sconvolgere la percezione
del tempo durante l'ascolto. Già da questo inizio avrete capito che non
si tratta di un disco di canzoncine leggere e solari da spiaggia (che
forse potrebbero portare a riflessioni ben più pessimistiche sulla
miseria umana...) ma di un album di death/black metal abbastanza
pesante.
A dire il vero ogni pezzo preso da solo non è assolutamente
opprimente ma piuttosto scorrevole e piacevolmente cupo; la percezione
cambia radicalmente con l'ascolto dell'intero. Con l'esclusione delle
due strumentali Symphathy for the dead, apertura bella,
sognante e lontana quanto basta a fare da raccordo fra il silenzio e le
tracce successive, e di On the fields of battle, la quarta
traccia che segna un breve momento di pausa nella processione indefessa
di suoni, la struttura degli altri pezzi è simile: una solida tessitura
di suoni che si uniscono, a volte smorzandosi e a volte esaltandosi a
vicenda, costruendo un'architettura solida e imponente. Ogni pezzo è
legato all'altro dalla ripresa di parti per batteria chitarra e synth
indistinguibili, e questo può portare a pensare che il tutto non sia
altro che una raccolta di variazioni sul tema, ma la bellezza del lavoro
sta nel suo riuscire a catturare l'attenzione dell'ascoltatore proprio
nel momento in cui questo, stremato dalla lunghezza delle canzoni e
dall'eterna sensazione di oppressione più o meno latente, e roso dal
dubbio "a quale traccia sarò mai arrivato?", potrebbe pensare di premere
il tasto "Avanti", grazie ad un improvviso sprazzo di luce, che fa
nascere la voglia di continuare a perdersi in questo fitto bosco di
suoni. Nell'istante meno prevedibile infatti compare un riff di chitarra
capace di rovesciare le sorti del pezzo, o una breve sequela di acuti
trapassa un tappeto di note gravi e pesanti, o ancora una parte di
tastiere "quasi" allegre ridona slancio a una cavalcata senza fine. Un
punto di debolezza dell'opera è sicuramente la voce, che sembra inserita
a tratti quasi come una mera aggiunta perché assolutamente monotona e
priva di passione, un peccato soprattutto per i testi che meriterebbero
sicuramente di essere esaltati da un'interpretazione più sentita.
Una stoffa di damasco nero che scorre mostrando arabeschi
sempre diversi e sempre uguali: questo è "Famine Of A Thousand Frozen
Years", un disco sicuramente non assimilabile facilmente ma capace
di rilassare e suonare piacevolissimo dopo qualche ascolto.
Sofia Agostini |