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Entrati nel ventunesimo secolo mancava ancora un tassello acché il
mosaico che componeva l'universo white metal fosse completato; ed
era un tassello ostico, non quindi per semplice caso rimasto
l'ultimo. Affinché quindi il "genere" (tematico) white abbracciasse
tutti i sottogeneri della nostra adrenalinica espressione musicale occorreva che qualche intrepido applicasse le
proprie capacità musicali ed il proprio credo cristiano al filone
(tematico qui pure ma in parte anche stilistico) pagano ed anticristiano per
eccellenza e definizione, il viking. Si sa come i dischi viking trattino liriche, oltre che festaiole ad alto
tasso etilico, legate alle battaglie delle popolazioni indigene per
il mantenimento della propria tradizione pagana di fronte
all'avanzata ed alla diffusione della croce: l'impegno è quindi in
accesa direzione contro-cristiana. Come poter fare christian viking
dunque? Sembrava un nodo inestricabile, finché nel 2002 a
scioglierlo - coerentemente?, a mio avviso no - furono i norvegesi Arvinger con l'autoprodotto
(molto bene, e da ogni punto di vista) "Helgards Fall". Le
lyrics presenti sul booklet di quattro pagine sono tutte in
norvegese (solo i Thanks finali sono in inglese) ma dal buon coverart
è facilmente afferrabile il senso del loro "viking cristiano": un
gruppetto di omoni barbuti e col classico elmetto vikingo si è
convertito al Cristianesimo e si fa missionario di Cristo
all'interno del suo stesso popolo e della sua stessa cultura,
rigettando (con i loro tipici modi brutali!) il vecchio paganesimo che
ora assume fattezza diaboliche.
Gli Arvinger sono il polistrumentista Hauk e lo screamer
Djerv, i quali si sono avvalsi però della collaborazione di quattro
guest, un tastierista, un violinista, e due female vocalist. Il
sound di queste nove tracce è un viking piuttosto consueto con
epicità solenne, cori caratteristici, passaggi folk, voci femminili,
ma al contempo decisamente ben composto ed eseguito. Citazione
particolare va fatta per lo screaming di Djerv, aspro ed abrasivo
come raramente vi ricapiterà di sentire. Il viking di "Helgards
Fall" non è mai troppo veloce e caotico, senza però privarsi di
alcune sfuriate black che troviamo in
Tapre krigere, dove si alterna con break epicheggianti
ed atmosferici infarciti dei cori di cui sopra, e in Kalt ved
navn, in cui brillano però gli stacchi black melodici
sinfonicizzanti con ottime female vocals. Molto ben fatte sono
alcune lunghe parti strumentali (ad esempio nell'opener Ut fra
havn). In I skogens morke troviamo l'atteso
momento folk, mentre nella seguente Hyllest bello è il
finale tastieristico con atmosfere oscure fantasy-oriented.
Morkets dal è tutta strumentale ma nonostante un buon solo è
la composizione meno incisiva e la più fuori contesto. La penultima
Fanget av vinde vanta il sound più possente del lavoro oltre
che una struggente melodia dolososa; chiude, con
molti cambi di ritmo, Endetiden.
Incoerenza a parte, complimenti agli Arvinger per il
coraggio, con questo "Helgards Fall" hanno
infatti guadagnato una indelebile pagina nella cronologia eventuale
della ventennale storia del white metal, anche se poi effettivamente
parlare di "viking cristiano" resta un ossimoro insolubile: questo
alla fine è quindi unblack epico e folkeggiante.
Vaake |