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Avete mai ascoltato un album che vi ha portato
alle lacrime? Io si. Dopo che il vocalist T.J. Bonette decise di
lasciare il gruppo per sposarsi, gli As Cities Burn decisero di
sciogliersi definitivamente, dato che oltre ad un vocalist perdevano
anche il songwriter. A seguito di un’intensa protesta da parte dei fans,
la band decise di proseguire la propria avventura con un nuovo vocalist:
Cody Bonette, già chitarrista del gruppo e fratello del vocalist
precedente. Nella vita però accade a volte che delle persone molto
vicine a noi ci lascino per sempre. Nel caso degli As Cities Burn
si è trattato di Timothy, un loro caro amico che si è tolto la vita.
Questo disco è dedicato alla sua memoria, e a chiunque abbia perso
qualcuno di caro.
Dalle prime note dell’opener, Contact,
comprendiamo bene che il post-hardcore del debutto è completamente
svanito, ma non le sonorità experimental caratteristiche del gruppo. Con
ambience varie e vocals malinconiche e leggere entriamo in quello che è
un brano di bellezza immensa, che mi fa venire i brividi ad ogni
ascolto. Questo brano da solo è riuscito a manifestare in me una
nostalgia malinconica, ed altre emozioni forti che non so spiegare. Gli
arrangiamenti sono molto semplici, con chitarre pulite e dei bei tocchi
alle tastiere, ottimo anche il solista verso fine brano. Il vocalist
nuovo, Cody, è anche un maestro del songwriting.
I
testi di questo pezzo sono malinconici e pessimisti ("Hearts aren't
really our guides / We are truly alone / 'Cause God ain't up in the sky
/ Holding together our bones").
Dopo tale
bellissima introduzione (di circa 7 minuti!) si passa ad Empire,
un bel pezzo, che ha degli accenni al post-hardcore del debutto qui e
là. Anche qui i testi sono leggermente pessimisti, in quanto parlano di
quanto noi crediamo di essere grandiosi, senza capire che in realtà
siamo soli. Leggermente più sperimentale è la bella The hoard,
che però nel ritornello si fa troppo ripetitiva e potrebbe stufare un
po’, ma complessivamente è davvero un bel brano. Ottimo pezzo risulta
anche il seguente This is it, this is it, in cui compaiono
un po’ di post-hardcore e di sonorità noise. "Who
do you think God is? What do you think God is?", è la domanda che apre
la traccia seguente, Clouds.
Molta ambience
compare anche in questo brano, ed anche del post-metal.
Bellissime le lyrics che ripetono "Is your god really God? / Is my god
really God? / I think our god isn't God / If he fits inside our heads".
New
sun, invece, segue un po’ la scia iniziata dai pezzi precedenti,
rimanendo pur sempre un pezzo a se stante. Abbastanza diversa però è la
seguente Tides, la quale apre leggermente funkeggiata e
continua sulla scia post-hardcore tipica del debutto. Altra perla la
troviamo in Wrong body, bellissima e malinconica, che
contiene altri accenni post-metal, senza tuttavia esagerare. Più
melodica è la seguente Our world is gray, che mostra
ancora una volta della bravura di Cody nello scrivere lyrics; vi
troviamo infatti chicche quali: "He's shooting god up in his arm through
a needle / And she's putting cuts on her legs to bleed out the devil /
Surely you will not die, eat and be like God / What have we done?".
Molto
nostalgico il testo, come anche la musica, il tutto per rappresentare
quanto grigio e privo d’amore sia il mondo. Ed ora si arriva al finale,
Timothy: un viaggio di 13 minuti che ci porta a riflettere
sull’altra vita. Il vocalist, consapevole di dove sia finito il suo
amico Timothy, dichiara di preferire credere che l’inferno non esista
pur di accettare il suicidio del suo amico. Pezzo straziante, colmo di
dolore, sia nei testi come anche nella musica.
Avete dunque mai ascoltato un album che vi ha
portato alle lacrime? Io si, ed è proprio "Come Now, Sleep" degli
As Cities Burn. Questo disco è un viaggio dritto nel nucleo del
dolore e della nostalgia.
"Tell
me I'm only dreaming / Tell me he's just sleeping / And when morning
comes / We'll both wake up to see the sun / And love that's enough to
keep our friends alive".
Hai perso qualcuno
di caro? Questo album è per te.
Christopher Warman |