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Ammetto che l'approccio al nuovo album degli As I Lay
Dying è stato da parte mia quanto meno particolare. Dopo un album
come "Shadows Are Security" le mie aspettative su questa band si
erano gonfiate in maniera direi quasi esponenziale. Quello che i cinque
ragazzi di San Diego hanno mostrato di saper fare in quell'album
rappresenta a mio modesto parere uno dei migliori esempi di quello che
viene considerato da molti il genere che tiene ancora in vita il metal
moderno tra le masse. Quello che ci apprestiamo a recensire è il quarto
full-length di un gruppo che ormai si è ritagliato un posto
importantissimo nel panorama metal odierno, i numeri parlano chiaro:
"Frail World Collapse" si attesta a quota 250mila copie vendute solo
in Usa,
"Shadows Are Security" 275mila, e nella sola prima settimana "An Ocean Between
Us" è già a 40mila.
L'album, che si compone complessivamente di 12 canzoni,
vede l'ingresso al basso di Josh Gilbert, il quale si è occupato anche
della registrazione delle parti in cantato pulito. Un intro melodico di
1:15 apre le danze prima di giungere a Nothing left,
canzone che subito ci fa tuffare con un grande riff iniziale nel mondo
degli As I Lay Dying. La prima cosa che si nota subito è come la
voce di Tim Lambesis sia quella di sempre, in grandissima forma. Più che
in "Shadows
Are Security", gli As I Lay Dying sembrano aver puntato sulle
parti soliste di chitarra, che risultano decisamente più frequenti
rispetto al passato. Dopo l'ascolto di questa prima song le aspettative
dell'ascoltatore si gonfiano ancor più. Purtroppo però sono aspettative
che in parte verranno smentite con il proseguo del disco, che senza
alcun dubbio è parecchio tecnico e mette in luce le ottime doti musicali
di tutti i componenti del gruppo, ma che manca a mio parere di
quell'impatto che lasciava il precedente. Si prosegue con la
title-track, canzone di buona caratura se non fosse per le parti di
cantato pulito che rovinano tutto: nulla da dire sulla voce di Josh
Gilbert, che è quella tipica pulita del metalcore, ma sinceramente
questa volta le parti melodiche sono state tutt'altro che azzeccate e
sembrano essere state messe lì giusto per dare quel tocco di melodicità
ad un album che, senza di esse, sarebbe stato quasi ottimo. Gli episodi
più riusciti di questo full-length sono, oltre alla già citata
Nothing left, la traccia numero 4, Within destruction,
presente già prima dell'uscita dell'album sul MySpace della band, e la
conclusiva This is who we are, canzone assai testimoniante
della fede cristiana di questi 5 ragazzi.
Quello che ci troviamo di fronte, nonostante vari appunti
da fare, non è tuttavia un album da bocciare, tutt'altro. I riff sono
quelli ispirati di sempre, Jordan Mancino si riconferma una macchina da
guerra dietro le pelli, e quando gli
As I Lay Dying spaccano, lo fanno come non lo fa nessuno; ma quando si
vuole dare un tocco melodico alle canzoni, questa volta non si riesce a
fare quello che era riuscito nel precedente disco, dove melodicità e
cattiveria sonora erano mischiati in maniera quasi eccellente. Il passo
indietro è da registrare, ma non si tratta di niente di che, considerato
il fatto che
"Shadows Are
Security" era un album ottimo ed era difficile fare meglio, e che
gli As I
Lay Dying nonostante tutto rappresentano e continuano a
rappresentare, insieme a pochi altri gruppi, quanto di meglio il
metalcore, ma io direi il metal moderno (quello fatto da nuove band)
possa offrire.
Christian Khouri |