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Capita a volte di
giudicare troppo frettolosamente alcuni album. Per questo in particolare
ho avuto il buon senso di metterlo e rimetterlo nello stereo prima di
stilare un giudizio che si sarebbe rivelato inevitabilmente troppo
affrettato. È stato infatti solo dopo svariati ascolti che, nonostante
alcune evidenti pecche, ho potuto rivalutarlo e apprezzarlo in pieno.
Ciò che gli Ascension Theory propongono è un prog melodico molto
accattivante, con svariati elementi sinfonici, e al contempo piuttosto
tecnico. La produzione è di buon livello mentre non si può dire lo
stesso del booklet, non eccezionale nonostante rispecchi perfettamente
il concept dell’album; la storia ha luogo in un mondo futuristico in cui
gli esseri umani vivono in due diverse colonie, una sulla terra l'altra
sulla luna, divenendo però due società completamente isolate e diverse
tra loro, e tratta della lotta di un ragazzo contro il sistema politico
della sua città per raggiungere i proprio sogni e intraprendere una
crescita personale. I riferimenti alle Scritture, seppur vaghi, sono
presenti, di certo però in minor misura rispetto al suo predecessore
"Regeneration" uscito nel 2002. I due membri
fondatori, il tastierista Tim Becker (attivo nella Fulmont Community
Church) e Leon Ozug al microfono, sono qui affiancati dal batterista
Chad Lenig, diventato membro a tutti gli effetti, e dalla brava Beverly
Huse, guest vocalist in due brani.
Malgrado dunque
una generale rivalutazione del lavoro c’è ancora qualcosa che non
convince appieno: il prog che viene fuori da questi 45 minuti è un po'
sottotono a causa di una non elevatissima varietà nel songwriting e
della scarsa durata dei brani, la cui fine tronca lascia sempre
dell’amaro in bocca. Ne risulta che nel complesso questi episodi dalle
immediate melodie e dalla buona tecnica non emozionino più di tanto,
rimanendo così belli solo in superficie. Una delle poche eccezioni è
rappresentata dalla title track, Answers, 7 minuti di
durata, a conclusione dell’album. Articolata, trascinante, con una buona
originalità compositiva, dai giri di chitarra incalzanti. Se gli altri
brani fossero stati della sua stessa caratura staremmo parlando di un
altro album, ma tutti hanno comunque qualcosa da dire: ottimi e
penetranti i refrain così come è ottimo il lavoro svolto dalla tastiera,
sempre presente e decisiva; convincente la prova di Leon Ozug al
microfono, con una voce aggressiva e dolce al punto giusto. Da segnalare
la smielata ballata voce-piano To be content, poi
Lockstep dagli iniziali delicati riff e note malinconiche di
tastiera per farsi poi più tirata, The way of death,
cantata interamente dalla Huse (interpretazione che ricorda molto gli
Ayreon), dal ritmo sostenuto e da un lungo e scatenato assolo,
Decisions, con un intro epico ed effetti sinfonici
tastieristici, in cui torna la voce femminile duettando con Ozug, infine
End game in cui il vertiginoso finale strumentale è indice
della bravura tecnica del gruppo.
Sono presenti di
sicuro degli spunti più che buoni anche se c’è qualcosa che impedisce di
compiere quel decisivo salto di qualità, facendo sì che questo sia solo
un discreto album. Peccato perché le potenzialità ci sono tutte, basta
solo affinarle un pochino.
Ilaria Ricci
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