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Un paio di demo tape datati '93 e '94 e poi gli Ashen
Mortality debuttarono sul serio con questo "Sleeping Remorse", full-length
che riproponeva sotto una veste professionale i brani presenti in quelle
due registrazioni. Dal thrash più canonico del suo primo
gruppo, i Seventh Angel, il mastemind, voce e chitarra
Ian Arkley stravolse qui le proprie coordinate stilistiche andando ad approdare sui lidi doom
gotici propri ai celebri
connazionali My Dying Bride. Alla line up il frontman è affiancato da
Neil Shilvock dietro le pelli, dall'inseparabile compagna di avventura Melanie Bolton per il
mai troppo complesso keys work ma soprattutto per le numerose incursioni di female vocal, e dal compianto bassista Tim Cooper,
trapassato a miglior vita nella scorsa estate in seguito ad una letale
leucemia.
Sette sole le track presenti ma tutte elaborate e
decisamente lunghe, tanto da rasentare quasi l'ora complessiva, ora
costituita di doom gotico con partiture death progressive e buon lavoro
solistico, il tutto cantato
in un growl dalla linea tonale gutturale con qualche accenno sparso di
clean vocal maschile. Prima dell'irrompere dei tempi lenti distorti e
cupi, l'aurora di "Sleepless Remorse", ovvero Yesterday's gone,
è introdotta da un dolce riff celticheggiante interpretato in modo
singolare dalla strana voce di Melanie. Afflati orientaleggianti,
suggestivi effetti sintetici e ancora rimandi celtici vengono innestati
all'interno di un corposo sound ricco di cambi di tempo; elucubrata è la
chiusa con cenni fusion, ascensioni prog avvolte da pathos, ciò prima
che Melanie vada a terminare con un bizzarro stacco a cappella. Faded
tapestry non muta di molto le mire compositive, anche se
sottolinea maggiormente l'aspetto heavy/prog e l'intricatezza
scritturale. Torna il down tempo enfatico e sontuoso con soluzioni
gotiche in Separation, ove sempre più presente è la
tastiera organistica che già aveva fatto capolino: la seconda parte
della song sarà votata alle progressioni strumentali, e quella che ne
viene fuori è una gran bella traccia, che ci introduce tra l'altro alla
catartica, cerimoniale title track Sleepless remorse,
tredici abbondanti minuti di malinconia e rabbia, di traslazione
musicale di intimismi e turbinii interiori, di aggressioni convulse e
rarefazioni acustiche e sintetiche. Dopo tanta grazia l'a-pretenziosa
Cast the first stone appare brano modesto, ma neanche
The darkest of nights lascia il segno, nonostante emozioni
solistiche, riff acustici su distese ambient ed un linea femminile
sinistra, quasi misterica. Migliore risulterà la song che termina il
disco, Imprisoned, compatta e granitica, con un accennato
refrain e soprattutto un effetto organo che la fa da padrone.
Liriche cariche di decadente passione, totalmente
incentrate sull'angoscia del peccato, sull'indegnità dell'uomo (Through these tears hear my cries
/
Love and forgiveness I see in your eyes /
My sin and misery you took in my place /
Please release me by your healing grace /
Lord my refuge is found in your peace /
In your strength all my fears finally cease /
You bring healing where darkness brought harm /
I know the ones who died are resting in your arms), la cui unica
speranza salvifica è riversata sulla veracità del Dio della croce che è
unico viatico per la gloria futura: "I'm still feeling the pain /
Longing empty within /
For me to die would be release /
I long to see my love again. /
Beloved Lord I know you still hear my cries /
I am old and frail and I long to be set free /
All that I loved in this life has gone /
Reunite us in your arms soon in your kingdom". Un certo calo nella seconda metà del platter limita
dall'esagerare con gli entusiasmi verso "Sleepless Remorse", che
rimane tuttavia un disco assai interessante nonchè assolutamente
imperdibile per tutti gli amanti del doom cristiano più drammatico ma
anche sperimentale.
Vaake
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