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ASHEN MORTALITY
Your Caress
 
 

 

ASHEN MORTALITY
Sleepless Remorse
doom
1996 - Forsaken Records
(Inghilterra)
www.blackplanet0.freeserve.co.uk/ashen

 

Un paio di demo tape datati '93 e '94 e poi gli Ashen Mortality debuttarono sul serio con questo "Sleeping Remorse", full-length che riproponeva sotto una veste professionale i brani presenti in quelle due registrazioni. Dal thrash più canonico del suo primo gruppo, i Seventh Angel, il mastemind, voce e chitarra Ian Arkley stravolse qui le proprie coordinate stilistiche andando ad approdare sui lidi doom gotici propri ai celebri connazionali My Dying Bride. Alla line up il frontman è affiancato da Neil Shilvock dietro le pelli, dall'inseparabile compagna di avventura Melanie Bolton per il mai troppo complesso keys work ma soprattutto per le numerose incursioni di female vocal, e dal compianto bassista Tim Cooper, trapassato a miglior vita nella scorsa estate in seguito ad una letale leucemia.

Sette sole le track presenti ma tutte elaborate e decisamente lunghe, tanto da rasentare quasi l'ora complessiva, ora costituita di doom gotico con partiture death progressive e buon lavoro solistico, il tutto cantato in un growl dalla linea tonale gutturale con qualche accenno sparso di clean vocal maschile. Prima dell'irrompere dei tempi lenti distorti e cupi, l'aurora di "Sleepless Remorse", ovvero Yesterday's gone, è introdotta da un dolce riff celticheggiante interpretato in modo singolare dalla strana voce di Melanie. Afflati orientaleggianti, suggestivi effetti sintetici e ancora rimandi celtici vengono innestati all'interno di un corposo sound ricco di cambi di tempo; elucubrata è la chiusa con cenni fusion, ascensioni prog avvolte da pathos, ciò prima che Melanie vada a terminare con un bizzarro stacco a cappella. Faded tapestry non muta di molto le mire compositive, anche se sottolinea maggiormente l'aspetto heavy/prog e l'intricatezza scritturale. Torna il down tempo enfatico e sontuoso con soluzioni gotiche in Separation, ove sempre più presente è la tastiera organistica che già aveva fatto capolino: la seconda parte della song sarà votata alle progressioni strumentali, e quella che ne viene fuori è una gran bella traccia, che ci introduce tra l'altro alla catartica, cerimoniale title track Sleepless remorse, tredici abbondanti minuti di malinconia e rabbia, di traslazione musicale di intimismi e turbinii interiori, di aggressioni convulse e rarefazioni acustiche e sintetiche. Dopo tanta grazia l'a-pretenziosa Cast the first stone appare brano modesto, ma neanche The darkest of nights lascia il segno, nonostante emozioni solistiche, riff acustici su distese ambient ed un linea femminile sinistra, quasi misterica. Migliore risulterà la song che termina il disco, Imprisoned, compatta e granitica, con un accennato refrain e soprattutto un effetto organo che la fa da padrone.

Liriche cariche di decadente passione, totalmente incentrate sull'angoscia del peccato, sull'indegnità dell'uomo (Through these tears hear my cries / Love and forgiveness I see in your eyes / My sin and misery you took in my place / Please release me by your healing grace / Lord my refuge is found in your peace / In your strength all my fears finally cease / You bring healing where darkness brought harm / I know the ones who died are resting in your arms), la cui unica speranza salvifica è riversata sulla veracità del Dio della croce che è unico viatico per la gloria futura: "I'm still feeling the pain / Longing empty within / For me to die would be release / I long to see my love again. / Beloved Lord I know you still hear my cries / I am old and frail and I long to be set free / All that I loved in this life has gone / Reunite us in your arms soon in your kingdom". Un certo calo nella seconda metà del platter limita dall'esagerare con gli entusiasmi verso "Sleepless Remorse", che rimane tuttavia un disco assai interessante nonchè assolutamente imperdibile per tutti gli amanti del doom cristiano più drammatico ma anche sperimentale.

Vaake

VOTO

83

 

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