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Non me l’aspettavo. No, non intendo i versi del noto
tormentone di Massimo Ranieri, non mi aspettavo la tripletta dell’act
della Pennsylvania di cui nel titolo di questa recensione, perché ci può
stare di fare un bel disco come "Thrill Seeker", è una
gioia ottenere una riconferma con un signor disco come "Messengers",
ma diciamocelo, arrivati al terzo capitolo nella discografia di un
gruppo persino i fan più accaniti sono un po’ trepidanti e temono la
patacca colossale, tanto più in un genere dove le band sembrano non
trovar mai vaccino contro l’influenza del ritornello truzzo, del
riffettino (sc)emo e del verso strappazzacuore.
E invece metti su "Constellations", premi
play e arrivano cinque ragazzotti americani dal look improbabile, che
senza né ah né ma ti scaricano in faccia gancio sinistro e diretto
destro con Thirty and seven e Existence.
Compatti, brutali, contorti, un Matt Greiner che alle pelli è più in
forma che mai, insomma gli August Burns Red come ci piacciono,
forse con un tocco di thrash in più in questo dittico d’apertura. Echi
di "Messengers" ci vengono restituite dalle onde di
Ocean of apathy, lo stacco fusion (sì avete letto bene) è
assolutamente folle, ma per qualche strana alchimia si amalgama
perfettamente col resto, con quel tocco di progressivo che pervade un
po’ anche la seconda metà della traccia. Per par condicio la successiva
White washed ci riporta nell’intro a composizioni più
risalenti, che rimandano a "Thrill Seeker" ed è un’altra canzone
che si guadagna il pollice alzato. In Marianas trench
troviamo della melodia, ma ben fatta, quindi non preoccupatevi, mentre
l’inizio di The escape artist, e non solo, ricorda forse
un po’ eccessivamente Your little suburbia is in ruins,
peccato veniale anche a voler esser pignoli; si passa quindi ad
Indonesia, ove abbiamo la prestigiosa collaborazione di Tommy
Rogers dei Between The Buried And Me, che esegue alcune clean
vocals, ma la traccia nel complesso è molto aggressiva. Anche
Paradox picchia come un hooligan, mentre Meridian
è pezzo più introspettivo con un lunghissimo intro strumentale, che
conferma l’impressione che i nostri si siano fatti un po’ sedurre dal
progressive. Certo giusto un po’, perché per il gran finale c’è un’altra
combinazione pugilistica con Rationalist, meddler (anche
video) e Crusades… ed è come aver incassato un k.o. da
Tyson.
Questo platter è indiscutibilmente un ulteriore passo
avanti in una carriera musicale per ora immacolata, rispetto al
precedente si rifuggono certi stilemi nei breakdown che ad un "orecchio"
attento ogni tanto saltavano…all’occhio! Se proprio vogliamo trovare un
difetto potremmo puntare l’indice contro la durata totale, forse si
poteva rinunciare ad una traccia o due, ma ormai in un industria che
sforna a raffica dischi fotocopia, che a voler esser magnanimi facciamo
finta raggiungano la mezz’ora, non penso che nemmeno questo possa essere
un rimprovero che si possa muovere ai nostri. Inizia la trepidazione per
il prossimo album, stavolta con rigoroso ottimismo.
Daniel Djouder |