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"Divine Right Of Kings", siamo agli albori
del progetto solista di Sidney Allen Johnson, singer e polistrumentista
a stelle e strisce, il quale fonda i Babylon Mystery Orchestra
ispirandosi senza celarlo troppo agli storici Black Sabbath: il
sound presentato in tal debut di 55 minuti emerge essere dunque un doom stoner con influenze gothic e dal piglio
sovente orientaleggiante. Ottima la produzione, il songwriting è
costantemente semplice, quasi mantrico nella sua ripetitività, la tecnica
solista non eccelle ma non dispiace a differenza, purtroppo, del
falsetto semibaritono di Sidney che in quest'opera prima va spesso fuori
tono fino a prendere vere e proprie stonature.
Gotica dimenata tra
coltri di nubi che rasentano il suolo è l'intro A habitation of
devils, brano triste-pianistico con declamazioni baritone
riecheggianti. Le cadenze ipnotiche, trade-mark del lavoro, permeano la
seconda We are power, e l'interpretazione vocale
già non convince. Tastiere epiche e riff acustici per Road to madness,
in cui l'assolo è sognante e la novità è rappresentata da coralità
polifoniche: song interessante. Qualche riff thrash ma anche
cadenze goth-tastierose per Whore, ove però le linee tonali
sono spesso sballate. Abbastanza varia scritturalmente risulta
It's my right, corposa e
arricchita di filtraggi vocali Savages with cash. Siamo
alla prima ballata del lavoro, la dolce Save my soul, la
melodia emoziona, l'assolo trascende, ma quando Sydney prova ad andare
un poco più su con la voce il risultato è shock. Male il cantato anche nella track con il drumming più
protagonista e la chitarre cariche di riverbero, ossia la successiva
Evado eversor. Effetti rendono il tonale molto più deep in
Mourning glory, e ciò si armonizza bene con la pomposità
che si vuole esprimere in questa traccia. Arriviamo all'episodio più
riuscito, Divine justice, song epica con sound da saga di re Artù
ed effetto cornamusa proclamatorio ad inizio brano. Altra ballad per
finire, ed è Crestfallen, trippica e sinfonica, elegiaca
seppur stonata, romantica ma a tratti anche corposa.
I testi trattano della visione che il nostro ha del
ruolo dei suoi Stati Uniti d'America all'interno della prospettiva
biblica. Musicalmente ci troviamo al cospetto di un album acerbo ed
ingenuo, ma che in ciò detiene tuttavia un mood complessivo che desta un
certo interesse: attendiamo quindi con curiosità futuri sviluppi, in cui
speriamo la vena artistica del volenteroso Sidney giunga ad una più
adeguata maturazione.
Valerio Mei
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