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Prosegue così il cammino della storica white metal
band capeggiata da Mike Lee; i Barren Cross abbandonano la Star
Song firmando con la Enigma, etichetta che li sponsorizzerà per due
album, quello in questione, "Atomic Arena", e il successivo
"State Of Control". A distanza di due anni da "Rock For The King"
comunque il prodotto non cambia, sia per quel che riguarda la lineup
(che tra l'altro rimane invariata dall'inizio alla fine della storia
della band) che per lo stile e la tecnica di songwriting proposta: pezzi
quadrati e dinamici, caratterizzati da passaggi decisamente tecnici e
orecchiabili. Non mancano ovviamente gli stacchi alla Iron Maiden
(In the eye of the fire ne è la prova più evidente, tempo
in sei ottavi e giri di basso tecnici come gli inglesi comandano),
evidenziati come già detto dagli acuti del nostro Mike Lee,
reincarnazione vocale di Dickinson; nonostante tutto comunque i nostri
sono leggermente più proiettati verso l'hard rock piuttosto che verso
l'heavy metal, si nota, oltre che dai riff e dai tempi stabiliti, anche
dalla scelta della strumentazione, quali batteria con rullante
decisamente profondo, ed eccessivo utilizzo di riverbero ed eco per le
chitarre.
I nostri si presentano con dieci tracce, e ovviamente, tra una
schitarrata e l'altra, non mancano neanche qui le parti lente, ne è la
prova più lampante il brano che a mio parere vale quasi tutto il Cd, la
ballad Heaven or nothing; "Give me heaven / heaven or
nothing. / There's no other feeling like it in this world", lyrics che
parlano della bellezza del paradiso, e del desiderio di volervi entrare:
di fatto parlando di qualcosa di eccezionale ci voleva un brano
eccezionale, e i nostri eroi sono vi sono riusciti pienamente. Ciò non
toglie comunque che anche le altre tracce diano prova di un'eccellente
composizione, e, come per molti Cd, ciò lo dimostrano le prime song, la
terza e la quarta in particolare (In the eye of the fire e
Terrorist child), pienamente maideniane. La seconda
canzone era stata proposta già nel primo album ed è Killers of the
unborn; per il resto rimangono pezzi pienamente hard rock come
Imaginary music, Close to the edge,
Dead lock e King of kings (in ordine la prima, la
quinta, la sesta e la nona track dell'Lp), con una cavalcata metal per
chiudere l'album, chiamata Living dead. L'unico brano che
spicca per la sua velocità, e breve durata, è Cultic regimes:
qui si potrebbe parlare addirittura di speed metal, ma è l'ennesima
"eccezione" che conferma la dinamicità della band, la quale dimostra di
riuscire ad ambientarsi in qualunque stile musicale, e allo stesso tempo
mettere sempre del proprio e distinguersi, cosa non da poco.
Lo sviluppo tecnico della band è ancora in movimento (lo dimostra
l'uscita del successivo album un anno dopo, che prevede novità dal punto
di vista stilistico e compositivo), ma il livello raggiunto è comunque
già soddisfacente e professionale, si rimane quindi sulla scia musicale
intrapresa con "Rock For The King", e contemporaneamente percorsa
anche dai cugini Stryper, che nel frattempo sfornano album a più
non posso sullo stesso genere. Il periodo storico rimane comunque uno
dei migliori per la scena hard rock cristiana, dato che in seguito il
white metal prenderà molto di più la strada verso i generi estremi come
il thrash, il death e il black (unblack).
Francesco Romeggini
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