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Dozhaiatlach D (anche in
Doctor D ed Armageddon Holocaust, di cui alcune song sono qui
presenti) ci regala un’antologia dei suoi precedenti lavori con il
progetto Bealiah (su queste colonne è stato recensito "Dark").
Peccato davvero che non ci sia alcun inedito. Black molto melodico ed
estremamente accattivante, quindi con le ovvie influenze dei conterranei
Kekal, ma soprattutto degli Emperor, evidenti soprattutto
nelle vocals e nelle keys. Morte e Resurrezione la fanno da padrone
nelle lyrics: "Then those remains began to come together / A miraculous
recomposition of the bodies / Reversing the natural process of
putrefaction / To became the human bodies once again / He continued to
prophesy as he was commanded / Then breath of life came into them and
make them alive / Behold, I will open your graves, and raise you from
your graves. / You shall know that I am THE LORD...", da Worship
the immortal persons.
Si parte con, appunto, Worship the immortal persons e si
vede subito quanto il sound del nostro deve agli Emperor. Mid
tempo e break sospeso su screaming e tastiere davvero fascinoso.
Sapientium crusts va in crescendo con un gran gusto melodico,
merce rara a queste latitudini musicali. Kairos mostra
delle forti risonanze power metal. La successiva A homage to the
father of the undead è una maestosa e bellissima song black
sinfonica in puro Emperor-style, con soliste sugli scudi.
Embraced by fire è selvaggia e melanconica ad un tempo; anche
qui il debito nei confronti dei maestri norvegesi è notevole.
Weeping at the crimson moon è un soave pezzo tastieristico
barocco e triste, ispirato a Bach. Ancora furia controllata per
Equatorial throne of darkness, mentre la voce filtrata
caratterizza Blood is for life che parte deathly e finisce
raw. Sword of the conqueror ha un mood orientaleggiante,
ma i filtri e le distorsioni la fanno apparire quasi industriale. La
strumentale Confronting ignorance è ultrafast, senza
dimenticare la melodia. Become One appare interlocutoria,
la strumentale Transcending ambience è un classico pezzo
di sinfonia black. L’antologia si chiude con un'altra strumentale,
Untitled, il cui lavoro di tastiere e synth, ciclico,
maestoso e sfiancante non può non ricordare l’ultimo Burzum.
Consigliatissimo a chi non
ha mai voluto (o potuto) ascoltare lavori unblack, freschissimo e quasi
"catchy" nel suo "easy linstening" (le virgolette sono d’obbligo). Il
disco perde però punti per alcuni motivi: la scelta di non inserire
neanche un nuovo pezzo, l’uso a volte ridondante di barocchismi e
manierismi, la derivazione musicale a volte troppo esplicita dagli
Emperor, che nelle prime song (quindi i primi lavori), rasenta quasi
la clonazione. Tuttavia irresistibile e spumeggiante, indispensabile in
una ipotetica collezione di unblack melodico.
Daniele E.
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