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BECOMING THE ARCHETYPE
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Celestial Completion
 
 

 

BECOMING THE ARCHETYPE
Dichotomy
swedecore
2008 - Solid State Records
(USA)
www.myspace.com/becomingthearchetype

 

A due anni dall'ottimo "The Physics Of Fire" tornano sulla scena i Becoming The Archetype con un altro capolavoro: "Dichotomy". Partendo dal debut "The Remnant" del 2004, i nostri, nonostante suonassero un genere nel quale spopolano le band - e non mancano quelle di livello elevato -, hanno saputo migliorarsi e proporre un sound sempre coinvolgente e innovativo, oltre che impeccabile dal punto di vista tecnico. Visti gli importanti precedenti qualitativamente ottimi, ci si domandava se con quest'ultima pubblicazione il risultato fosse stato coerente con le elevate aspettative, oppure se, come spesso purtroppo accade, dopo un'escalation, la band fosse regredita verso un platter più banale e non all'altezza delle passate releases. Ebbene, dopo una trepidante attesa già ai primissimi ascolti sono felice di affermare che i timori che ci tormentavano a pochi giorni dall'uscita sono stati cancellati come neve al sole, e che con "Dichotomy" i Becoming The Archetype non hanno smentito il loro potenziale devastante, mantenendosi tra le vette delle band swedecore, cristiane e non.

L'opener Mountain of souls apre con riff epici accompagnati da un solenne coro tastieristico per poi dare spazio, dopo qualche secondo, alla violenza vera e propria: i riff la fanno da padroni, rendendo l'atmosfera perfetta a descrivere la sensazione di un'anima che non sa se sia destinata al Paradiso o all'Inferno (Eternity is black and white / And I've been living in between). Nella seconda parte, dopo aver ripreso il motivo dell'intro, l'atmosfera cupa e ricca di breakdown si fa più alta, dietro le pelli il drummer Jason Lopez (che dopo la registrazione di "Dichotomy" verrà sostituito dal primo batterista Brent Duckett) svolge un ottimo lavoro; ci immergiamo pienamente nel sound, complesso e evocativo, per poi abbandonarci in un malinconico assolo di pianoforte che ci culla per più di un minuto. A svegliarci è il potente growl di Jason Wisdom che urla "In this hour / the tower shall fall!", dando l'inizio alla title track, Dichotomy appunto: produzione ed esecuzione magistrale, riff azzeccatissimi e accompagnati da un ottimo inserimento tastieristico, messo in secondo piano negli stacchi più core, nei quali i fill si fanno più aggressivi, per reggere il passo delle possenti cavalcate chitarristiche. Ma la mera violenza non viene lasciata allo sbando, e dopo qualche secondo la tastiera torna a farsi sentire con una nuova melodia ancora più epica ed evocativa. Meriterebbe di essere descritto ogni momento di questa song, in quanto in ogni istante la band riesce a creare un'opera d'arte in sé, ogni nota è studiata nei minimi particolari ed è in grado di sorprendere sempre, ascolto dopo ascolto. Intorno alla metà della traccia troviamo un intermezzo melodico di pianoforte, e non manca il cantato in clean, ma non il classico stacchetto emo inserito solo per rendere più varia la song, bensì un ottimo pulito completamento atto a descrivere al meglio l'atmosfera malinconica che si era venuta a creare durante l'intermezzo; segue un bellissimo assolo di chitarra, che fa da ponte tra la parte melodica e il ritorno della violenza. Il finale riprende lo stesso schema utilizzato nella prima parte, con un maggiore accento sulle parti tastieristiche. Ma vale la pena anche spendere una parola sulle lyrics, che in qualche modo possono sintetizzare tutto il concept: la legge naturale contro gli artifici umani, i quali rischiano di portare la distruzione e la rovina se non utilizzati nel modo giusto (As man perfects his own imperfection / Destruction closes in).

Ancora più esplicite (cristianamente parlando) sono le lyrics della successiva Artificial immortality, che denunciano i tentativi dell'uomo di eliminare i limiti della natura (Technology will conquer, Biology will fall / To rise up and be "immortal"), ed esaltano il rifiuto ad essi e il desiderio di restare aggrappati a ciò che si è in realtà (Remove the head, remove the soul, dehumanize... NO! / I am not a mechanism / I am part of the resistance / I am an organism). Questa song ricalca un po' il sound utilizzato nel precedente platter "The Physics Of Fire", soprattutto nei breakdown, aggiungendoci però fill più tecnici e devastanti e un buon sottofondo tastieristico. Non mancano repentini cambi di tempo e riff di matrice death. Segue Self existant, con una apertura melodica di pianoforte, alla quale seguono massicci riff e groove. Dopo meno di un minuto lo stile cambia e le chitarre diventano più death-oriented, per poi unire i due stili precedentemente utilizzati in un escalation di velocità e violenza, nella quale si aggiunge un tocco di drammaticità con le note di pianoforte. Pensavate che questo potesse bastare? Ebbene no: i nostri vogliono fare ancora di più inserendo con precisione chirurgica prima un lento breakdown e poi un sound che prende a piene mani dall'hardcore, il tutto senza bruschi cambi di stile, rendendo l'ascolto piacevole e coinvolgente ascolto dopo ascolto. Non poteva mancare una chiusura di pianoforte con un coro in accompagnamento del growl di Wisdom. E' un arpeggio di acustica a comporre la strumentale St. Anne's lullaby, poco meno di 2 minuti di relax prima di riprendere con la seconda parte del disco. Il genio compositivo che abbiamo avuto il piacere di udire nella prima parte non è ancora esaurito, e lo si può vedere in Ransom: da un'apertura epica orchestrale si passa quasi naturalmente a un connubio tra swedish death e metalcore, con alternanze tra l'uno e l'altro genere: ora le due chitarre seguono lo stesso riff e senza tagliare bruscamente la solista passa a eseguire un pezzo a parte, mentre la ritmica viene affiancata dal sound tastieristico. Viene voglia di ascoltare e riascoltare questo pezzo solo per godere a pieno dei vari intermezzi strumentali nei quali ogni strumento esegue magistralmente la propria parte, ed è meritevole di attenzione, e nessun momento della track è uguale ai precedenti, rendendo l'ascolto un'emozione unica.

Passiamo a Evil unseen, più cupa e aggressiva: accanto a fill sempre velocissimi e tecnici le chitarre danno il meglio di sé in rapidi riff, rallentando solo per dar spazio agli inserimenti tastieristici, e Jason martella le sue corde vocali lanciando un growl impeccabile, con accenni di scream. Nella seconda parte della song mentre la chitarra solista esegue il motivo di apertura, quella ritmica se ne distacca suonando un riff veloce core; dopo un breve intermezzo strumentale i nostri inseriscono un violento breakdown, e prima di chiudere viene ripreso il motivo del refrain. Un riff d'acustica accompagnato dalla tastiera apre How great thou art; nei primi secondi abbiamo l'impressione di ascoltare una canzone malinconica di matrice death, quasi una ballad, ma veniamo subito smentiti: la batteria irrompe violentemente seguita a ruota dalle chitarre, maggiormente core-oriented, anche se non mancano gli stacchi swedish, che ogni tanto fanno capolino dal sound della chitarra solista, alla quale si affianca l'immancabile tastiera nel refrain. Sul finale il sound si fa più cupo e grezzo, ma non facciamo in tempo ad abituarcene che si fanno largo degli assoli puliti e tecnici prima della chiusura finale con un breve coro epico. Siamo agli sgoccioli: le ultime due song riusciranno nuovamente a stupirci o l'estro creativo dei Becoming The Archetype ha esaurito le sue cartucce? Per fortuna non è così, nulla di quest'album può essere gettato, e neppure sul finale i nostri si sono lasciati andare, ma hanno proseguito la loro opera chirurgica curando ogni minimo dettaglio. Deep heaven è incentrata maggiormente sulla melodia, partendo dall'intro di tastiera distorta fino all'intermezzo di pianoforte, al quale viene dedicato un abbondante minuto. Ma neppure qui mancano momenti in cui scatenarsi in un selvaggio headbanging: le chitarre svolgono ottimamente il loro dovere tra breakdown e riff mastodontici, senza rinunciare a nulla del loro potenziale neppure negli accompagnamenti tastieristici. Con End of the age si chiude anche il platter, e ciò avviene nel migliore dei modi, con 6 minuti e mezzo di puro swedecore, tra violente cavalcate chitarristiche, accompagnamenti di tastiera profondi ed evocativi e cori epici nel refrain. La song è una lode all'apocalittica venuta di Cristo alla fine dei tempi (The earth is shaking / Because of His wrath / He pulls down the sky / To crush His enemies) che si conclude con un "HALLELUJAH!" ripetuto più volte, dopo il quale seguono alcuni minuti di melodia interamente strumentali, prima dell'esplosione finale e della chiusura sfumata.

Che altro dire, se non che questo è un vero e proprio capolavoro; le parole quasi non sono in grado di descrivere l'emozione provata nell'ascolto di quest'ultima fatica del quartetto. L'unica cosa che posso aggiungere è di ascoltarlo il prima possibile, per gli amanti del genere è un disco imperdibile, una pietra miliare; per chiunque non apprezzi queste sonorità vale la pena provarlo almeno una volta, sarà difficile restarne delusi.

Francesco Pellegrino

VOTO

94

 

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