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È un arpeggio ad introdurre il nuovo lavoro della
band americana, interrotto da un urlo straziante e da cadenze quasi
doom, come se l'anima del precedente "Terminate Damnation" fosse
stata riproposta in maniera ancora più malinconica e violenta. Finché
non parte il caro vecchio riffone metalcore e la batteria fa il diavolo
(ehm) in quattro, e i cambi di tempo continuano, ma dando al pezzo una
"forma canzone", con tanto di coro in voce pulita finale, enfatizzando
pathos ed immersività. Avevamo lasciato la band con un lavoro, il già
citato "Terminate Damnation", che faceva della tecnica sfrenata,
del cambio di tempo repentino, delle atmosfere e ritmiche altalenanti e
della commistione di generi la sua ragion d'essere. Si trattava,
insomma, del classico disco "difficile". Difficile ascoltarlo, difficile
comprenderlo. Tutto era stato studiato per far male, con minuziosa
precisione chirurgica, dagli stacchi acustici agli assoli al
fulmicotone. Un gran disco, che correva il rischio di passare troppo
bruscamente su orecchie poco allenate a tale tecnica, e di venire
incompreso. Troppa carne al fuoco, troppi minestroni di riff. Tuttavia
il debutto lasciava sperare bene nelle potenzialità della band...
A livello puramente personale, ho sempre creduto
che se i Becoming The Archetype fossero stati capaci di indirizzare tutta
quella violenza e tecnica di cui disponevano verso lidi più controllati
e quadrati, avrebbero potuto davvero far male, anche ai non avvezzi
della nuova scuola
metalcore-pseudo-grind-death-metal-tecnico-melodico-brutal... Come si
dice: la potenza è nulla senza controllo. Ecco, ecco qua, è quello che
hanno fatto col nuovo album, dimostrando la maturità acquisita, ed io
sono fiero di loro. Prendete le loro qualità precedenti ed immergetele
in un contesto "ordinato", controllato e rintracciabile quindi anche
nella forma canzone. Sulla loro violenza non si discute, ma qui il
lavoro è più "orecchiabile" e scorrevole del secondo, perché qui tutto
ritrova un suo fine. Come la vena molto vicina al symphonic black metal
(!) di Immolation, che cantato con voce metalcore rende
l'idea dell'estro creativo non esaurito. Il pezzo scorre così persino
tra voci pulite, assoli puliti anch'essi, veloci e melodici, con tocco
malinconico e leggiadro. E fa davvero piacere scoprire come gli incastri
di riff ora siano davvero azzeccati ed emozionanti, così come i
cambiamenti di voce, che oltre al classico screaming metalcore, al coro
e alla voce pulita vanta un growl di tutto rispetto. Volete un ritorno
in stile death metal? Ci pensa Autopsy, tanto per non
dimenticarci le nostre radici. Ed ecco violenza a fiumi, ma stavolta
sempre velata di melodia, con riferimenti ben precisi anche alla scuola
dello swedish death metal melodico. E così via, come in "The great
fall" (seconda parte di Physics of fire, song
divisa in ben quattro parti), tra rallentamenti, tantissimi riff
stoppati che vanno a braccetto con la batteria, e spezzati poi da
incursioni melodiche con assoli ora lenti ora veloci, che si intrecciano
con le atmosfere oscure e con i riff più "doom" del lavoro.
Non manca poi una strumentale, Nocturne,
questa volta non un semplice arpeggio in acustico, ma una vera pausa per
riprendere fiato, contornata da pianoforte e ricca di inquietudine, per
arrivare poi al muro elettrico e alla batteria che passa repentinamente
in doppio pedale. Non manca un pezzo come Monolith, che
sfugge un po' a tutte le categorie sinora esposte per viaggiare tra
interruzioni di pianoforte e lenti riff stoppati. Tutto è sistemato ed
incasellato alla perfezione, come Endure, pezzo che sembra
fatto apposta per sbattere un po' la testa e liberare la mente dopo gli
intellettualismi degli episodi precedenti (e la durata di 2:50 minuti lo
conferma). Grande contrasto, quindi, con un brano come Second
death che sembra molto più una canzone della nuova scuola doom
infarcita di influenze prog, piuttosto che una canzone metalcore! A
partire dalla voce pulita ad inizio canzone. Anche se poi il tutto
evolve nei soliti canoni di tecnicismo a cui la band ci ha abituati, con
la presenza anche di uno stacco quasi grind. La marcia finale The
bilance of eternity chiude in bellezza quello che potremmo
definire il capolavoro dei Becoming The Archetype, una canzone
che al suo interno racchiude tutti gli elementi che sono stati
disseminati nel disco: melodica, assoli velocissimi, riff stoppati,
parti doom, atmosfera oscura, malinconia, metalcore, death metal,
pianoforte delicato e tentazioni sinfoniche.
In conclusione, non rimane che da dire quello che
ho ribadito più volte durante la recensione, ovvero: 1) i Becoming
sono maturati 2) la violenza ha ritrovato il suo controllo e il caos
folle ora ha molto più senso 3) tutto è più scorrevole e godibile 4) le
influenze sono infinite, metalcore, doom, prog, death metal, grind,
black metal 5) la band non ha perso in violenza e tecnica, anzi è
migliorata 6) la melodia, nonostante tutto, la fa da padrone in tutto il
disco 7) PROCURATEVELO il prima possibile.
Stefano Pentassuglia
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