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Quanti tra voi dormivano sonni tranquilli ritenendo
che "Terminate Damnation" fosse effettivamente il debut degli
oramai celebri Becoming The Archetype? Molti, e se siete tra
costoro ne avevate ben donde perchè è così che è stato presentato, pur
non essendo vero... Facciamo dunque luce su questo piccolo arcano. Il
quintetto si presentò alla potente christian metalcore label Solid State
Records col loro esplosivo materiale appena sfornato, e l'etichetta, che
la sa lunga, realizzò immediatamente che qui c'era in ballo roba grossa
ed andava pubblicizzata a dovere: non solo il lavoro di marketing fu a
dir poco faraonico agli occhi di un movimento povero qual è il christian
metal, ma ci si prese anche la briga di far notare che propendere per un
monicker più accattivante del precedente scelto dalla band sarebbe stata
mossa intelligente: The Remnant in effetti non spaccava neanche
uno stuzzicadenti, e così da quel momento in poi il giovane sodalizio da
Atlanta sarebbe divenuto Becoming The Archetype, nome riferito a
Cristo: "Since Jesus was the only person to ever live a sinless life, He
is the ultimate archetype (or original design) of humanity. As a result,
the life of a Christ follower is all about being conformed to the image
of God or in other words, becoming the archetype". Quindi "Terminate
Damnation" fu il debut con questo monicker, ma la band l'anno prima
aveva già composto un full-length, esatto, proprio il nostro omonimo
"The Remnant". Il lavoro non fu riproposto dalla label ma
abbandonato a sé stesso: il che, verrebbe da
pensare, implica forse che tale disco trattasi di una semiamatoriale
registrazione di composizioni acerbe? Macchè...
L'Intro composta da turbati arpeggi
carichi di riverbero è la fredda ma tranquilla anticamera di quello che
di lì a poco si manifesterà come mera violenza sonora incanalata ed
esaltata da una produzione a cinque stelle. Passato qualche secondo di
prepotente cadenzato Oath to order attacca di death metal
convulso in cui è innestata la melodia di riffing swedish: qualche
stoppata alle sei corde ed ecco che lascia a bocca aperta l'assolo che
fuoriesce dalla lead all'interno di un mood oscuro, per quello che è un
purissimo momento d'esaltazione. A terminare questa clamorosa song di
old-school arriveranno trame complesse ed un'ascensione sonora di tutta
la coralità strumentale solennizzata da una chitarra in solo. Non tutte
le tracce saranno però di questo élitario livello, in primis proprio le
seguenti Two e 54 is 44, metalcore-oriented
con tempistica sperimentale la prima, andante di double bass con finale
assolo thrash la seconda. Restoration apre noise, ma sarà
poi un agrodolce intreccio di mansueti solos e riff elettrici su base
acustica. The regular battle alterna lente detonazioni a
swedish cupo, ma è forse la traccia meno riuscita della tracklist.
In loving memory strizza l'occhio alla velocità, The
longest instant divelte il silenzio, ma anche tutto ciò che gli
si interpone, a colpi di clava, anche se poi, ma solo per un attimo, si
commuove lasciando in vita un lungo assolo melodico. L'inatteso
esponenziale in For the sake of moving on è l'apparizione
di una partitura black, traccia questa che ci accompagna alla decima e
conclusiva Married to the minus dove accanto al consueto
tonale growling ed alla ferocia compositiva si inseriscono docili
stacchi all'interno dei quali "irromperà" persino un breve coro emo: il
finale del brano è un acustico, sognante e meditativo viaggio.
L'album, questo signor album, mai distribuito, è
già bello che pronto per divenire un appetibilissimo gioiellino che la
label immetterà sul mercato tra qualche anno, quando cioè i tantissimi
fans di questo gruppone faranno follie (da fans) per venire in possesso
del misterioso vero debut dei loro beniamini.
Vaake
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