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Il messicano Azmaveth (da
non confondere con l’omonimo combo portoricano) ci riprova da solo, dopo
i non indimenticabili lavori con gli Hortor. Le coordinate
spaziotemporali, anche nel look ultrablack, sono ascrivibili alla scena
Inner Circle, e con esse il centroamericano piazza un lavoro
assolutamente credibile e coinvolgente. Ci sono la furia di
Darkthrone/Elgibbor, le sinfonie di Emperor/Sanctifica
e l’atmosfera l’ambient di Burzum. Il validissimo screaming è in
uno strepitoso spagnolo, i cui testi trattano di inni al Metallo
Cristiano, di crush evil e di funerali in Grazia di Dio. Ai limiti della
decenza la produzione, eppure stranamente congrua all’atmosfera generale
del disco. Da considerare tuttavia che il lavoro, accuratissimo nel
songwriting, nasce come un demo, e di tale tipologia ha la confezione
sonora.
Un organo fantasmico accompagna Himnos de ceremonia funebre,
che si conclude sulle note di un pianoforte decadente. L’ottimo
screaming di Azmaveth è ben evidente in Christian metal fallowship.
Tutta l’anima true e raw si manifesta in Birkart hocobenim,
senza tuttavia trascurare un uso accorto di keyboards. Instru
è una cavalcata maestosa e malinconica, quasi alla Bathory nel
suo incedere. Satanas destronado ritorna alla rabbia
ancestrale, ma con curiosi effetti e ricami tastieristici. L’opera si
conclude con Azmaveth che sfoggia sontuosissime keys, sospese fra il
neoclassical e la darkwave.
Un gioiello, grezzo e non raffinato, ma pur sempre un vero topazio.
Quando si parla di true unblack è qui che bisogna andare a parare.
L’attitudine è di quelle magistrali per un lavoro che non annoia mai,
dall’inizio alla fine. Un disco del genere, inserito nella scena secular
avrebbe fatto gridare al miracolo più di un recensore, ma noi rimaniamo
con i piedi per terra, aspettando qualcosa di nuovo.
Daniele E.
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