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Transhuman
 
 

 

BELIEVER
Dimensions
thrash
1993 - R.E.X. Records / 2005 - Retroactive Records
(USA)
www.myspace.com/believerband

 

Con "Dimensions" giunse al capolinea la clamorosa - nel senso letterale del termine - carriera dei Believer fatta però di soli tre album più il demo "The Return" composto poco dopo la nascita della band, risalente a metà eighties. I Believer fecero dunque molto parlare di sé al tempo causa il perpetrato connubio tra la straordinarietà tecnica e l'intento evangelizzatore della loro musica: un'altra grande white band si andava ad imporre nell'orizzonte del metal estremo.

"Dimensions" è dunque l'ultimo capitolo dell'intera opera, ed è il più diverso, il più contorto, il più visionario. Il quartetto di Colebrook rinuncia alla consueta cupa furia fatta di accelerazioni e rallentamenti per darsi alle sperimentazioni: l'album è tecnicissimo, spesso ermetico, fosco se non horrorifico, con uno spregiudicato uso di synth, almeno questo fino alla sesta No apology: dalla seguente song inizia una sequela dedicata alla biblica storia della salvezza, con Cristo chiave di volta eterna ed universale: ha inizio così Trilogy of knowledge ripartita in quattro episodi, disco nel disco dato che musicalmente si discosta evidente dal resto dell'album: qui a predominare è nientemeno che la sinfonia. Guest artists si prodigano nelle intense orchestrazioni di violini, viole e violoncelli, nelle parti narranti, ed ottima è l'interpretazione in questo crogiolo di classica e thrash da parte della soprano Julianne Laird. Prelude Intro: The birth, sintetica, oscura e paurosa, malata e carica di tensione: è chiusa da un sinistro sospiro; in Movement I: The lie predominano imperiosi gli strumenti classici aizzati da un violento drumming: bello è l'alternarsi della soprano, su base sinfonica, con la tipica voce di Kurt Bachman, su sound thrash, ma grande è la linea melodica creata in conclusione. Movement II: The truth si divide maggiormente tra la sinfonia ed il metallo, agrodolce, con fasi intense ed altre soffuse, lambisce i sette minuti. Infine Movement III: The key: aperta da violoncello e lirica è bizzarra, preminentemente classica vi si inseriscono un recitato turbato e percussioni possenti; il finale è folle, insensato, chiuso da un sussurrato e rapido, ma anche inatteso "we love you, take care, bye bye".

La prima parte del disco era invece di mero thrash progressivo, mai martellante se si eccettua la funambolica ed estrosa (gli assoli sono totali deliri!) Singularity chiusa da un terrificante distorto ruggito su un sintetizzatore tetro a dir poco. No apology emerge per curiose intelaiature ritmiche di esplosivi riff, stacchi progressivi ed altri quasi pinkfloydiani. Tra le altre stranezze varie: le urla disperate e le risate inumane dei primi secondi di Gone; il lungo stacco fusion-oriented di Future mind, terminata da un rintocco di campana ed un synth psichedelico; il fantasioso drumming di Joey Daub ed il fraseggio chitarra violoncello in Dimentia; nella corposa e doomeggiante, ma al contempo elaborata e fantasiosa What is but cannot not be abbiamo addirittura il magma che ribolle! Il lyrics work è curato: in nota al termine di ogni composizione viene infatti puntualmente riportato il riferimento biblico a cui si è fatto riferimento, ma anche altri testi di spunto ed approfondimento: saltano così fuori, sorprendentemente, tra gli altri i nomi di Albert Einstein, Stephen Hawking, ma anche Jean-Paul Sartre, Ludwig Feuerbach e Sigmond Freud citati nella traccia Dimentia. Uno sguardo al cover-art per dire che l'intricatezza grafica, che riflette lì quella elucubrativa, ben si adatta allo stile musicale del platter, un imperdibile canto del cigno, di un bellissimo cigno.

Vaake

VOTO

88

 

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