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Con "Dimensions" giunse al capolinea la clamorosa - nel senso
letterale del termine - carriera dei Believer fatta però di
soli tre album più il demo "The Return" composto poco dopo la
nascita della band, risalente a metà eighties. I Believer
fecero dunque molto parlare di sé al tempo causa il perpetrato
connubio tra la straordinarietà tecnica e l'intento evangelizzatore
della loro musica: un'altra grande white band si andava ad imporre
nell'orizzonte del metal estremo.
"Dimensions" è dunque l'ultimo capitolo dell'intera opera, ed
è il più diverso, il più contorto, il più visionario. Il quartetto
di Colebrook rinuncia alla consueta cupa furia fatta di
accelerazioni e rallentamenti per darsi alle sperimentazioni:
l'album è tecnicissimo, spesso ermetico, fosco se non horrorifico,
con uno spregiudicato uso di synth, almeno questo fino alla sesta
No apology: dalla seguente song inizia una sequela
dedicata alla biblica storia della salvezza, con Cristo chiave di
volta eterna ed universale: ha inizio così Trilogy of
knowledge ripartita in quattro episodi, disco nel disco dato
che musicalmente si discosta evidente dal resto dell'album: qui a
predominare è nientemeno che la sinfonia. Guest artists si prodigano
nelle intense orchestrazioni di violini, viole e violoncelli, nelle
parti narranti, ed ottima è l'interpretazione in questo crogiolo di
classica e thrash da parte della soprano Julianne Laird. Prelude
Intro: The birth, sintetica, oscura e paurosa, malata e
carica di tensione: è chiusa da un sinistro sospiro; in
Movement I: The lie predominano imperiosi gli strumenti
classici aizzati da un violento drumming: bello è l'alternarsi della
soprano, su base sinfonica, con la tipica voce di Kurt Bachman, su
sound thrash, ma grande è la linea melodica creata in conclusione.
Movement II: The truth si divide maggiormente tra la
sinfonia ed il metallo, agrodolce, con fasi intense ed altre
soffuse, lambisce i sette minuti. Infine Movement III: The key:
aperta da violoncello e lirica è bizzarra, preminentemente classica
vi si inseriscono un recitato turbato e percussioni possenti; il
finale è folle, insensato, chiuso da un sussurrato e rapido, ma
anche inatteso "we love you, take care, bye bye".
La prima parte del disco era invece di mero thrash progressivo, mai
martellante se si eccettua la funambolica ed estrosa (gli assoli
sono totali deliri!) Singularity chiusa da un
terrificante distorto ruggito su un sintetizzatore tetro a dir poco.
No apology emerge per curiose intelaiature ritmiche di
esplosivi riff, stacchi progressivi ed altri quasi pinkfloydiani.
Tra le altre stranezze varie: le urla disperate e le risate inumane
dei primi secondi di Gone; il lungo stacco
fusion-oriented di Future mind, terminata da un
rintocco di campana ed un synth psichedelico; il fantasioso drumming
di Joey Daub ed il fraseggio chitarra violoncello in Dimentia;
nella corposa e doomeggiante, ma al contempo elaborata e fantasiosa
What is but cannot not be abbiamo addirittura il magma
che ribolle!
Il lyrics work è curato: in nota al termine di ogni composizione
viene infatti puntualmente riportato il riferimento biblico a cui si
è fatto riferimento, ma anche altri testi di spunto ed
approfondimento: saltano così fuori, sorprendentemente, tra gli
altri i nomi di Albert Einstein, Stephen Hawking, ma anche Jean-Paul
Sartre, Ludwig Feuerbach e Sigmond Freud citati nella traccia
Dimentia. Uno sguardo al cover-art per dire che l'intricatezza
grafica, che riflette lì quella elucubrativa, ben si adatta allo
stile musicale del platter, un imperdibile canto del cigno, di un
bellissimo cigno.
Vaake
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