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BELIEVER
Gabriel
thrash
2009 - Metal Blade Records
(USA)
www.myspace.com/believerband

 

Un evento atteso da molti questo, ovvero la reunion degli storici white-thrashers Believer. Io stesso non posso nascondere che non appena ho appreso la notizia del loro ritorno e conseguente annuncio della pubblicazione di un nuovo lavoro a ben 16 anni di distanza dall’ultimo full-length, un piccolo sussulto al cuore mi ha colpito e reso felice. Abbandonate le scene musicali in seguito al rilascio di quel "Dimensions" che stupì molti fans della band con un sound davvero avanti in tutti i sensi e arricchito da soluzioni originali e imprevedibili, i Believer si sono fatti di nuovo vivi sul mercato musicale, in questo lungo lasso di tempo, solo con il live album "The Chosen Live" di appena un paio di anni fa e ora, finalmente, possiamo ascoltare il nuovo parto chiamato "Gabriel". Devo innanzitutto fare una premessa: probabilmente questo disco, date le altissime aspettative e data la caratura della band in questione, lascerà molti con un po’ di amaro in bocca. Con questo discorso però, probabilmente, non arriveremo da nessuna parte, perché a mio avviso un disco va analizzato, per quanto possibile, come "pezzo" a sé stante, senza lasciarsi andare troppo a sterili comparazioni nostalgiche di un periodo e di menti che, inevitabilmente per tutti, mutano col tempo. Detto questo esaminiamo più nello specifico "Gabriel".

Primo punto da chiarire, e forse il principale per molti aficionados di questa formazione, i Believer sono rimasti i Believer, e anzi, questo album ipoteticamente potrebbe essere collocato come il proseguimento ideale di "Sanity Obscure" piuttosto che dell’ultimo "Dimensions", quindi una sorta di ponte tra il secondo e il terzo album, e difatti la band riacquista una sufficiente dose di velocità e potenza che era andata un po’ perduta e che aveva marcato in maniera esemplare i primi due capolavori rilasciati rispettivamente nel 1989 e 1990, ma che ahimè, viene a galla con troppa parsimonia. Assistiamo infatti ad autentiche bordate di thrash irruento e tecnico, come nel caso di Medwton o Stoned, ma presto la band si rivela come formazione dotata di svariate e opinabili sfaccettature, mettendo spesso in mostra uno stile visionario e straniante. Prendiamo come primo esempio il brano Redshift, che si presenta come song dalla struttura slegata e contorta, e nella quale la band abusa forse un po’ con inserti campionati di dubbio gusto e un basso pulsante sorretto da un lavoro di batteria sincopato che rimanda vagamente a certe improvvisazioni dal sapore fusion. Canzone riuscita a metà insomma, con tanta carne al fuoco, ma non proprio di prima scelta forse… Si prosegue con History of decline, che appare leggermente più lineare rispetto al brano precedente, ma anche qui pare che la band voglia a tutti i costi smorzare un tiro che, dove è presente, fa ottenere ben altri risultati. Altra song non trascendentale quindi: sperimentale, stralunata ma dove il senso di incompiutezza comincia a prendere sempre più forma e, inevitabilmente, si comincia ad avvertire una fastidiosa sensazione di tedio che onestamente non è bello provare in un album di una band di questo calibro, oltretutto assente da anni e anni dalle scene. Rialza un po’ il tono del disco la successiva The need for conflict, song non particolarmente accattivante, ma almeno abbastanza diretta e ringhiosa, rivelandosi come una classica composizione thrash anni Ottanta. Il gioiellino dell’album è quella Focused lethality che in molti già avranno conosciuto, in quanto proposta come anteprima sul MySpace ufficiale della band già da tempo. Qui il riffing si fa almeno ispirato al punto giusto, i "soliti" inserti quasi noisy cari ai Nostri si limitano all’osso in un paio di piccolissimi frangenti, ma in generale la song assale che è un piacere. Shut out the sun purtroppo si rivela come l’ennesimo episodio stanco e sterilmente contorto, tirato per le lunghe e incapace di trasmettere qualcosa, oltretutto affossato da alcune clean-vocals davvero bruttine sia sotto l’aspetto tecnico che "di gusto". Ma il fondo forse viene toccato con The brave, dove sembra affiorare dietro al microfono la brutta copia di Mike Patton, e la band che accompagna con il già sospetto intruglio prog-fusion che troppe volte è emerso in questo album. Chiude Nonsense mediated decay, ma anche qui siamo costretti a sorbirci oltre otto minuti di sonorità confusionarie e molte volte inconcludenti, campionamenti decisamente fuori luogo e altre soluzioni francamente fastidiose.

Concludo dicendo che, in questo lavoro, a mio avviso, le uniche canzoni che si salvano sono quelle nelle quali primeggia il lato più prettamente thrash e arrabbiato della band, quindi non credo che gli episodi degni di nota siano più di tre… Brutto a dirsi, ma quello che ci si aspettava potesse essere uno degli highlights in ambito thrash (o metal in generale) di questo 2009 si rivela, invece, come una quasi totale delusione, e dico "quasi" e non "totale" soltanto per quei pochi episodi che almeno graffiano a dovere e perché la classe della band è ancora rimasta intatta, nonostante sia anche palese una certa semplificazione compositiva ed esecutiva. Nota ancora di demerito per una produzione assolutamente non all’altezza, che si rivela sì pulita, ma anche impersonale e priva di mordente (mi viene quasi in mente il mixaggio operato da Rubin su "Death Magnetic" dei Metallica, ma fortunatamente in questo caso non tocchiamo quei bassissimi livelli). Che dire, spero che i Believer si riprendano e capiscano che sperimentare va bene quando lo si sa fare, e non perché è divertente farlo, e che soprattutto capiscano che devono nuovamente indirizzarsi verso quello che sanno fare meglio, ovvero il thrash metal. Tecnico, imprevedibile, non banale come ci hanno abituato loro stessi, ma sempre thrash. Quanto appena detto non deve essere preso come una contraddizione di quello che esprimevo all’inizio della recensione, ovvero che ogni album va analizzato senza volgere troppo lo sguardo al passato. E’ quello che penso fermamente, ma se i risultati della voglia di osare sono quelli messi in mostra in quest’opera, meglio fare un passo indietro e cercare solo di perfezionare quello in cui si è più capaci ed evolversi in quella direzione.

Album per fans accaniti ma assolutamente di transizione, con troppe ombre e poche luci.

Infected

VOTO

58

 

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