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Un evento atteso da molti questo, ovvero la reunion
degli storici white-thrashers Believer. Io stesso non posso
nascondere che non appena ho appreso la notizia del loro ritorno e
conseguente annuncio della pubblicazione di un nuovo lavoro a ben 16
anni di distanza dall’ultimo full-length, un piccolo sussulto al cuore
mi ha colpito e reso felice. Abbandonate le scene musicali in seguito al
rilascio di quel "Dimensions" che stupì molti fans della band con
un sound davvero avanti in tutti i sensi e arricchito da soluzioni
originali e imprevedibili, i Believer si sono fatti di nuovo vivi
sul mercato musicale, in questo lungo lasso di tempo, solo con il live
album "The Chosen Live" di appena un paio di anni fa e ora,
finalmente, possiamo ascoltare il nuovo parto chiamato "Gabriel".
Devo innanzitutto fare una premessa: probabilmente questo disco, date le
altissime aspettative e data la caratura della band in questione,
lascerà molti con un po’ di amaro in bocca. Con questo discorso però,
probabilmente, non arriveremo da nessuna parte, perché a mio avviso un
disco va analizzato, per quanto possibile, come "pezzo" a sé stante,
senza lasciarsi andare troppo a sterili comparazioni nostalgiche di un
periodo e di menti che, inevitabilmente per tutti, mutano col tempo.
Detto questo esaminiamo più nello specifico "Gabriel".
Primo punto da chiarire, e forse il principale per
molti aficionados di questa formazione, i Believer sono rimasti i
Believer, e anzi, questo album ipoteticamente potrebbe essere
collocato come il proseguimento ideale di "Sanity Obscure"
piuttosto che dell’ultimo "Dimensions", quindi una sorta di ponte
tra il secondo e il terzo album, e difatti la band riacquista una
sufficiente dose di velocità e potenza che era andata un po’ perduta e
che aveva marcato in maniera esemplare i primi due capolavori rilasciati
rispettivamente nel 1989 e 1990, ma che ahimè, viene a galla con troppa
parsimonia. Assistiamo infatti ad autentiche bordate di thrash irruento
e tecnico, come nel caso di Medwton o Stoned,
ma presto la band si rivela come formazione dotata di svariate e
opinabili sfaccettature, mettendo spesso in mostra uno stile visionario
e straniante. Prendiamo come primo esempio il brano Redshift,
che si presenta come song dalla struttura slegata e contorta, e nella
quale la band abusa forse un po’ con inserti campionati di dubbio gusto
e un basso pulsante sorretto da un lavoro di batteria sincopato che
rimanda vagamente a certe improvvisazioni dal sapore fusion. Canzone
riuscita a metà insomma, con tanta carne al fuoco, ma non proprio di
prima scelta forse… Si prosegue con History of decline,
che appare leggermente più lineare rispetto al brano precedente, ma
anche qui pare che la band voglia a tutti i costi smorzare un tiro che,
dove è presente, fa ottenere ben altri risultati. Altra song non
trascendentale quindi: sperimentale, stralunata ma dove il senso di
incompiutezza comincia a prendere sempre più forma e, inevitabilmente,
si comincia ad avvertire una fastidiosa sensazione di tedio che
onestamente non è bello provare in un album di una band di questo
calibro, oltretutto assente da anni e anni dalle scene. Rialza un po’ il
tono del disco la successiva The need for conflict, song
non particolarmente accattivante, ma almeno abbastanza diretta e
ringhiosa, rivelandosi come una classica composizione thrash anni
Ottanta. Il gioiellino dell’album è quella Focused lethality
che in molti già avranno conosciuto, in quanto proposta come anteprima
sul MySpace ufficiale della band già da tempo. Qui il riffing si fa
almeno ispirato al punto giusto, i "soliti" inserti quasi noisy cari ai
Nostri si limitano all’osso in un paio di piccolissimi frangenti, ma in
generale la song assale che è un piacere. Shut out the sun
purtroppo si rivela come l’ennesimo episodio stanco e sterilmente
contorto, tirato per le lunghe e incapace di trasmettere qualcosa,
oltretutto affossato da alcune clean-vocals davvero bruttine sia sotto
l’aspetto tecnico che "di gusto". Ma il fondo forse viene toccato con
The brave, dove sembra affiorare dietro al microfono la
brutta copia di Mike Patton, e la band che accompagna con il già
sospetto intruglio prog-fusion che troppe volte è emerso in questo
album. Chiude Nonsense mediated decay, ma anche qui siamo
costretti a sorbirci oltre otto minuti di sonorità confusionarie e molte
volte inconcludenti, campionamenti decisamente fuori luogo e altre
soluzioni francamente fastidiose.
Concludo dicendo che, in questo lavoro, a mio avviso, le uniche canzoni
che si salvano sono quelle nelle quali primeggia il lato più prettamente
thrash e arrabbiato della band, quindi non credo che gli episodi degni
di nota siano più di tre… Brutto a dirsi, ma quello che ci si aspettava
potesse essere uno degli highlights in ambito thrash (o metal in
generale) di questo 2009 si rivela, invece, come una quasi totale
delusione, e dico "quasi" e non "totale" soltanto per quei pochi episodi
che almeno graffiano a dovere e perché la classe della band è ancora
rimasta intatta, nonostante sia anche palese una certa semplificazione
compositiva ed esecutiva. Nota ancora di demerito per una produzione
assolutamente non all’altezza, che si rivela sì pulita, ma anche
impersonale e priva di mordente (mi viene quasi in mente il mixaggio
operato da Rubin su "Death Magnetic" dei Metallica, ma
fortunatamente in questo caso non tocchiamo quei bassissimi livelli).
Che dire, spero che i Believer si riprendano e capiscano che
sperimentare va bene quando lo si sa fare, e non perché è divertente
farlo, e che soprattutto capiscano che devono nuovamente indirizzarsi
verso quello che sanno fare meglio, ovvero il thrash metal. Tecnico,
imprevedibile, non banale come ci hanno abituato loro stessi, ma sempre
thrash. Quanto appena detto non deve essere preso come una
contraddizione di quello che esprimevo all’inizio della recensione,
ovvero che ogni album va analizzato senza volgere troppo lo sguardo al
passato. E’ quello che penso fermamente, ma se i risultati della voglia
di osare sono quelli messi in mostra in quest’opera, meglio fare un
passo indietro e cercare solo di perfezionare quello in cui si è più
capaci ed evolversi in quella direzione.
Album per fans accaniti ma assolutamente di transizione, con troppe
ombre e poche luci.
Infected
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