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Accostarsi ad un gruppo storico del filone white
non è certo semplice, ancor meno se è un gruppo così difficile da
collocare come i Believer. In quanto uno dei primi gruppi a
puntare sul metal “estremo” dai testi cristiani, anche loro hanno una
certa aspettativa da parte dei loro ascoltatori più assidui, e il
rischio di deluderli non è indifferente. A distanza di due anni
dall’uscita di "Gabriel", album che personalmente mi era
piaciuto, i Nostri hanno dato alle stampe la loro nuova fatica
discografica: "Transhuman". L’album è per stessa ammissione della
band un concept album che nelle liriche esplora le promesse, le
potenzialità, e le problematicità del movimento culturale transumanista,
il quale si prefigge come scopo l’elevare l’umano oltre i propri limiti
(malattia e morte principalmente) attraverso la cyborgizzazione, nonché
il riconoscimento dei diritti umani per ogni intelligenza sia umana che
artificiale. Parlando di musica possiamo dire che questo lavoro non si
discosta eminentemente dal precedente: i Believer continuano nel
solco della loro sperimentazione musicale, che mescola sapientemente
thrash e progressive metal, con elementi elettronici (azzeccatissimi ora
più che mai). La prima cosa che forse ho notato è stato il riffing
sempre tecnico ma talvolta molto semplice, anche se non banale, e il
cantato, il quale ha aperture molto più melodiche che nel passato, anche
prossimo.
L’opener Lie awake, ma anche
Multiverse e Being no one (uno dei punti più alti
dell’album) sono la somma perfetta di queste caratteristiche: dalle
strofe ai refrain molto melodici e orecchiabili, la collaborazione tra
strumenti e voce rendono le canzoni drammatiche al punto giusto.
End of infinity, Transfection e Traveler
fanno invece uso massiccio di voci filtrate e effetti campionati, e pur
ricalcando la melodicità delle precedenti, sono meno evidentemente
orecchiabili. Bisogna aspettare Clean room e Ego
machine per sentire invece le prime canzoni veramente thrash:
difatti sono tra quelle che ho preferito dell’album. Riffing chiaro ma
non scontato, sezione ritmica che riesce ad andare oltre ai controtempi
tipici e che si abbandona a vere e proprie sfuriate, ed un cantato
rabbioso più che azzeccato. Conclude l’album Mindstep, una
canzone che forse è la somma di un po’ tutte le sonorità dell’album
compresa la ricerca melodica. Nel suo complesso l’album è piacevole:
forse qualcuno potrebbe storcere il naso per gli accostamenti
“fear-factoriani” e per il cantato alle volte più simile a quello del
cantante di un gruppo metalcore che non a quello di Bachman. A mio
avviso invece il percorso di sperimentazione della band è giunto ad un
ottimo risultato, riuscendo a coniugare 1) gli amati tecnicismi (forse
meno onnipresenti o presentati in modo più “digeribile”), 2) il cantato
gridato, che alle volte sembra preoccupato, ansioso, quasi impaurito dal
fatto che le tematiche trattate nei testi (minimalisti per lo più) si
possano realizzare effettivamente, e 3) le melodie più che riuscite, mai
banali o messe lì tanto per ammorbidire il sound, ma coerenti nelle
trame delle canzoni.
La pecca più grande dell’album forse è quella di
non aver scommesso molto su qualche parte più tipicamente thrash. Un
peccato che Clean room e Ego machine siano
mosche bianche nell’album, che forse avrebbe beneficiato di qualche
pezzo più veloce, o almeno di più parti veloci nelle varie canzoni. Ciò
comunque non toglie niente al valore dei pezzi singoli né nel complesso
dell’album, ma più che altro è un mio wishful thinking per il futuro. Da
considerare comunque la gran resa sonora delle preoccupazioni de "Il
mondo nuovo" di Huxley, e del film Gattaca che i Believer fanno
proprie, e che sembrano prendere vita in forma armonica nelle canzoni di
quest’album, il quale potrebbe essere l’ideale colonna sonora per
entrambi. Un buon punto di partenza per porsi degli interrogativi: se
questa era una delle intenzioni della band, direi che ci sono riusciti
appieno.
Devid Viezzi
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