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BENEA REACH
Alleviat
 
 

 

BENEA REACH
Monument Bineothan
sludge
2006 - Tabu Recordings / 2007 - Candlelight Records
(Norvegia)
www.myspace.com/beneareach

 

Disco d’esordio con etichetta discografica per la band norvegese, che al tempo annoverava fra le sue fila niente meno che lo storico chitarrista degli Extol Christer Espevoll, che ci presenta un’opera che unisce in un fortunato connubio l’anima progressive all’attitudine heavy, vantando un songwriting monolitico che non perde un colpo con lo scorrere delle tracce, un asso che bisogna assolutamente avere a disposizione quando si propone un platter della durata di ben 67 minuti. Non c’è però da spaventarsi, i Benea Reach si prendono il loro tempo perché non hanno assolutamente fretta, non perché non abbiano nulla da dire, non hanno alcun bisogno di correre, un po’ come un caterpillar, il quale non perché sia lento vuol dire che non sia pesante, anzi tutto il contrario. Perizia tecnica, melodie sofisticate e soffuse, ma soprattutto picchiare duro, questo ciò che il sestetto ha da proporre al proprio pubblico.

Si aprono le danze con Ground slayer, si parte pian piano, quasi in sordina, con un contrasto fra un riff di chitarra acuto ed uno ultra ribassato, poi una strizzatina d’occhio all’unblack ed entrano i vocalizzi inconfondibili di Ilkka Viitasalo, i cui acuti sono assolutamente inconfondibili tanto da essere quasi un marchio di fabbrica della band; la traccia procede fra svariate sezioni e cambi, ma ben organizzata e nonostante superi i sei minuti non accusa il colpo. Passando ad Inheritor si sentono alcuni influssi core e si spinge leggermente sul pedale del gas, da segnalare il buon uso delle backing vocals in clean. Stesse influenze si trovano in Transmitter, con largo impiego di riffoni da breakdown e persino campionamenti nel finale; ottima così come la seguente Purge, in cui ogni cambio di tempo è azzeccato e la prova dietro le pelli di Marco Storm è di rara bellezza. Quando una traccia porta un nome gravoso come Pandemonium ci si aspetterebbe una sfuriata a velocità vertiginose, ma i nostri non sono affatto un gruppo dalle idee così scontate, invece intessono una traccia che gioca sul contrasto fra chitarre ultracompresse che si aprono d’improvviso in arpeggi eterei. Qualche fosco accordo di pianoforte elettrico fa da intro a River, mai titolo fu più azzeccato, le note scorrono come in un fiume, ma i fiumi nelle menti dei musicisti sono limacciosi, viscosi, una delle mie tracce preferite dell’album insieme alla seguente Torch ed ai suoi ritmi schizofrenici ammantati di una vena prog rock. Veniamo a Conflux, una traccia sui generis dove troviamo una voce parlata femminile che si staglia sullo sfondo di chitarre arpeggiate per quasi un minuto e mezzo, per poi dare spazio alla chitarra solista ed infine ritornare nella conclusione del brano. Punto forte di Emperor sono i cori in pulito che pennellano un chiaroscuro sognante sugli sfoghi metallici, che riprendono la parte da protagonista in Immaculate, che assume tinte veramente cupe in chiusura. Siamo quasi alla fine e ci vuole una certa sicurezza di sé per inserire gli oltre dodici minuti di Venerate a questo punto del disco, impossibile descriverla tutta quindi dirò solo una cosa: non delude affatto. Gli onori finali spettano a Drapery un pezzo ambient tutto da gustare per riposare i timpani dopo oltre un’ora d’assalto serrato.

La fama ed i riconoscimenti riscossi da questo gruppo sono in definitiva strameritati, conquistati una plettrata dopo l’altra, con ogni colpo di rullante e maltrattamento alle corde vocali, i Benea Reach sanno sempre fin dove spingere e quando fermarsi, quando è il tempo di un’esplosione di rabbia e quello di calmare l’ira con qualche arpeggio allucinato, un sapiente dosaggio di potenza e pathos. La Norvegia ha partorito un altro pezzo da novanta… ed è tutto white metal.

Daniel Djouder

VOTO

95

 

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