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Disco d’esordio con etichetta discografica per la band
norvegese, che al tempo annoverava fra le sue fila niente meno che lo
storico chitarrista degli Extol Christer Espevoll, che ci
presenta un’opera che unisce in un fortunato connubio l’anima
progressive all’attitudine heavy, vantando un songwriting monolitico che
non perde un colpo con lo scorrere delle tracce, un asso che bisogna
assolutamente avere a disposizione quando si propone un platter della
durata di ben 67 minuti. Non c’è però da spaventarsi, i Benea Reach
si prendono il loro tempo perché non hanno assolutamente fretta, non
perché non abbiano nulla da dire, non hanno alcun bisogno di correre, un
po’ come un caterpillar, il quale non perché sia lento vuol dire che non
sia pesante, anzi tutto il contrario. Perizia tecnica, melodie
sofisticate e soffuse, ma soprattutto picchiare duro, questo ciò che il
sestetto ha da proporre al proprio pubblico.
Si aprono le danze con Ground slayer, si
parte pian piano, quasi in sordina, con un contrasto fra un riff di
chitarra acuto ed uno ultra ribassato, poi una strizzatina d’occhio
all’unblack ed entrano i vocalizzi inconfondibili di Ilkka Viitasalo, i
cui acuti sono assolutamente inconfondibili tanto da essere quasi un
marchio di fabbrica della band; la traccia procede fra svariate sezioni
e cambi, ma ben organizzata e nonostante superi i sei minuti non accusa
il colpo. Passando ad Inheritor si sentono alcuni influssi
core e si spinge leggermente sul pedale del gas, da segnalare il buon
uso delle backing vocals in clean. Stesse influenze si trovano in
Transmitter, con largo impiego di riffoni da breakdown e persino
campionamenti nel finale; ottima così come la seguente Purge,
in cui ogni cambio di tempo è azzeccato e la prova dietro le pelli di
Marco Storm è di rara bellezza. Quando una traccia porta un nome gravoso
come Pandemonium ci si aspetterebbe una sfuriata a
velocità vertiginose, ma i nostri non sono affatto un gruppo dalle idee
così scontate, invece intessono una traccia che gioca sul contrasto fra
chitarre ultracompresse che si aprono d’improvviso in arpeggi eterei.
Qualche fosco accordo di pianoforte elettrico fa da intro a River,
mai titolo fu più azzeccato, le note scorrono come in un fiume, ma i
fiumi nelle menti dei musicisti sono limacciosi, viscosi, una delle mie
tracce preferite dell’album insieme alla seguente Torch ed
ai suoi ritmi schizofrenici ammantati di una vena prog rock. Veniamo a
Conflux, una traccia sui generis dove troviamo una voce
parlata femminile che si staglia sullo sfondo di chitarre arpeggiate per
quasi un minuto e mezzo, per poi dare spazio alla chitarra solista ed
infine ritornare nella conclusione del brano. Punto forte di
Emperor sono i cori in pulito che pennellano un chiaroscuro
sognante sugli sfoghi metallici, che riprendono la parte da protagonista
in Immaculate, che assume tinte veramente cupe in
chiusura. Siamo quasi alla fine e ci vuole una certa sicurezza di sé per
inserire gli oltre dodici minuti di Venerate a questo
punto del disco, impossibile descriverla tutta quindi dirò solo una
cosa: non delude affatto. Gli onori finali spettano a Drapery
un pezzo ambient tutto da gustare per riposare i timpani dopo oltre
un’ora d’assalto serrato.
La fama ed i riconoscimenti riscossi da questo gruppo sono
in definitiva strameritati, conquistati una plettrata dopo l’altra, con
ogni colpo di rullante e maltrattamento alle corde vocali, i Benea
Reach sanno sempre fin dove spingere e quando fermarsi, quando è il
tempo di un’esplosione di rabbia e quello di calmare l’ira con qualche
arpeggio allucinato, un sapiente dosaggio di potenza e pathos. La
Norvegia ha partorito un altro pezzo da novanta… ed è tutto white metal.
Daniel Djouder |