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BERITH
Symphony Of The Suffering
death
2006 - Extreme Records
(Brasile)
www.berith.cjb.net

 

I quattro whitemetallers da San Paolo realizzarono il loro primo ed unico demo "The Symphony Of Suffering" nel lontano 1997, quasi una decade gli è occorsa dunque per ampliare quel lavoro e trasformarlo nel debut album, dal titolo peraltro assai simile: "Symphony Of The Suffering", uscito attraverso la cristianissima Extreme Records. Produzione abbastanza approssimativa ma se ben si regola l'equalizzatore il tutto suona benino (non scherzo!), ciò perchè il problema risiede nell'uso indefesso degli effetti distorsivi, posti nel settaggio dei volumi troppo sopra - ossia tendente a soffocare - voce e batteria, quest'ultima invero precisa e capace tecnicamente, ma dal suono spartano: il triggeraggio non è certo di casa presso i Berith, ad alcuni ciò potrà apparire true ed altri rozzo... Non aspettatevi quindi una release ultra professionale ma del death metal grezzo e marcio, intriso di numerose puntate doom e di partiture black oriented. Il cantato di Carl Shimynyts, anche al basso, non è memorabile: si adagia e staticizza su un tono intermedio tra il growl e lo scream ma emozionalmente è piatto, seppur mai tanto da andar a compromettere il buon lavoro strumentale, la colonna portante di questo Cd, principalmente con riferimento al lavoro solistico del bravo Marcelo Reis non a caso axeman anche nella power/prog band connazionale Dracma.

Doom distortissimo, assalti vorticosi di death livido, poi variazioni ritmiche ed infine death'n'roll per la traccia che apre il Cd, The fall of the perfect creation. The fall of the subliminar conception si distingue per una lodevole complessità dell'ossatura ritmica, ma anche per l'enfasi che riescono a trasmettere il passaggio doom e l'assolo finale. The fall of God parte mid tempo ma crolla down: improvvisamente le distorsioni opprimenti cessano ed emerge un'atmosfera chitarristica ombrosa, solo un piacevole intermezzo dato che presto reirromperà la strumentazione più canonica. Blocchi ritmici e un finale che è un massacro oscuro con solo schizzoide in Into the garden of morticinium, il cui sound evolve nelle successiva Return to the lost paradise in mero raw black metal di hordiana origine e rimembranza: la song nel proseguo però si tranquillizza (si fa per dire) su up tempo meno furibondi. Sovraccarica di pathos angosciante si propone Evanescent from the treaty; una tetra e sinistra miscela di raw black e doom asfittico è l'oscura alchimia di The empire. Fanno comparsa un giro chitarristico antestoriano e una linea vocale straziata in Looking forward, song evidentemente aperta a diverse influenza dato che include anche stacchi clean ma anche riffing tipicamente swedish. A chiudere è la bonus track strumentale Posludium - From suffer to pain composta di tastiera e riff acustici, folkeggiante ed epica, portata a termine da un lungo coinvolgente assolo.

Non dispongo delle lyrics ma musicalmente, a discapito del titolo, è un album che a livello di sensazioni più che sofferenza trasuda rabbia e speranzoso sconforto, sarebbe stato per questo interessante poter dare uno sguardo al contenuto testuale. In definitiva full-length più che discreto, ma dai Berith possiamo aspettarci di più, con la speranza di non dover attendere altri dieci anni...

Vaake

VOTO

74

 

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