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I quattro whitemetallers da San Paolo realizzarono
il loro primo ed unico demo "The Symphony Of Suffering" nel lontano
1997, quasi una decade gli è occorsa dunque per ampliare quel lavoro e
trasformarlo nel debut album, dal titolo peraltro assai simile:
"Symphony Of The Suffering", uscito attraverso la cristianissima
Extreme Records. Produzione abbastanza approssimativa ma se ben si
regola l'equalizzatore il tutto suona benino (non scherzo!), ciò perchè il problema
risiede nell'uso indefesso degli effetti
distorsivi, posti nel settaggio dei volumi troppo sopra - ossia
tendente a soffocare - voce e batteria, quest'ultima invero precisa e
capace
tecnicamente, ma dal suono spartano: il triggeraggio non è certo di casa
presso i Berith, ad alcuni ciò potrà apparire true ed altri
rozzo... Non aspettatevi quindi una release ultra
professionale ma del death metal grezzo e marcio, intriso di numerose
puntate doom e di partiture black oriented. Il cantato di Carl Shimynyts,
anche al basso, non è memorabile: si adagia e staticizza su un tono intermedio tra il
growl e lo scream ma emozionalmente è piatto, seppur mai tanto da
andar a compromettere il buon lavoro strumentale, la colonna portante di
questo Cd, principalmente con riferimento al lavoro solistico del bravo Marcelo Reis non a caso axeman
anche nella power/prog band
connazionale Dracma.
Doom distortissimo, assalti vorticosi di death
livido, poi variazioni ritmiche ed infine death'n'roll per la traccia
che apre il Cd, The fall of the perfect creation. The
fall of the subliminar conception si distingue per una lodevole complessità
dell'ossatura ritmica, ma anche per l'enfasi che riescono a trasmettere
il passaggio doom e l'assolo finale. The fall of God parte mid tempo ma
crolla down: improvvisamente le distorsioni opprimenti cessano ed emerge
un'atmosfera chitarristica ombrosa, solo un piacevole intermezzo dato che
presto reirromperà la strumentazione più canonica. Blocchi ritmici e un
finale che è un massacro oscuro con solo schizzoide in Into the garden
of morticinium, il cui sound evolve nelle successiva Return
to the lost paradise
in mero raw black metal di hordiana origine e rimembranza: la song nel
proseguo però si tranquillizza (si fa per dire) su up tempo meno furibondi.
Sovraccarica di pathos angosciante si propone Evanescent from the
treaty;
una tetra e sinistra miscela di raw black e doom asfittico è l'oscura
alchimia di The empire. Fanno comparsa un giro chitarristico
antestoriano e una linea vocale straziata in Looking forward, song
evidentemente aperta a diverse influenza dato che include anche stacchi
clean ma anche riffing tipicamente swedish. A chiudere è la bonus track
strumentale Posludium - From suffer to pain composta di tastiera e riff
acustici, folkeggiante ed epica, portata a termine da un lungo
coinvolgente assolo.
Non dispongo delle lyrics ma musicalmente, a
discapito del titolo, è un album che a livello di sensazioni più che
sofferenza trasuda rabbia e speranzoso sconforto, sarebbe stato per
questo interessante
poter dare uno sguardo al contenuto testuale. In definitiva full-length più che
discreto, ma dai Berith possiamo aspettarci di più, con la speranza di non
dover attendere altri dieci anni...
Vaake
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