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"The World Hates Me", è questo il titolo dell'ultima fatica dei
milanesi Boarders che, con quest'ultimo lavoro edito dalla
svizzera Quam Libet Records, escono definitivamente dall'ambiente
underground, e lo fanno decisamente con grande stile. Il disco è un
ottimo mix di sonorità heavy metal e thrash metal, di quel thrash che,
al giorno d'oggi, difficilmente le nuove leve propongono, ossia, un
tipico ''bay area's thrash''; genere che ha reso celebri e famosi gruppi
del calibro di Metallica, Testament e, naturalmente,
Megadeth. Oltre ai canoni classici di questo stile, però, i
Boarders inglobano nel loro sound anche profonde contaminazioni
heavy metal, soprattutto nelle espressioni canore del singer Egidio
Casati.
I brani dell'album rispecchiamo a pieno questo peculiare mix proposto
dal quartetto lombardo che alterna pezzi alla Iced Earth (True
rebellion e Baptized with fire) caratterizzati da
linee vocali che sparano la melodia nell'alto dei cieli, nonché da
frenetici fraseggi di chitarra, a melodie più tipicamente thrash old
style (Schmertzgarten e For what it's worth)
in cui l'influenza dei Megadeth viene tremendamente fuori: la
voce di Casati diviene decisamente più roca, sofferta e aggressiva, il
ritmo si fa più cadenzato e le chitarre tirano fuori tutta la forza e la
potenza che hanno dentro. Gli assoli sono certamente di livello e gli
intrecci chitarristici di Casati e Civardi (chitarra solista del gruppo)
non hanno nulla da invidiare a quelli dei grandi della scena thrash
metal. Proprio gli assoli armonici incrociati fanno grandi brani come il
già citato For what it's worth e lo stupendo W.P.D.
(che nelle linee ricorda l'indimenticabile "Rust In Peace"), in
fin dei conti la grande tecnica sulle sei corde e l'estrema fantasia nei
solos hanno reso grande anche Dave Mustaine ed i suoi Megadeth a
cui, in passato, i Boarders hanno dedicato addirittura
un'incisione live. La grande passione per la band californiana, poi, ha spinto il gruppo
ad inserire nella track-list di quest'album un brano che ogni
appassionato metallaro conosce, ossia In my darkest hour.
La scelta è stata decisamente coraggiosa perché una non più che sublime
esecuzione avrebbe certamente scontentato i fan più accaniti della "bay
area", in ogni caso, nel complesso, l'interpretazione del pezzo è da
considerarsi pienamente riuscita, tanto che, per più di due terzi del
brano, si ha davvero la convinzione di ascoltare i Megadeth. Nota
finale va dedicata alle due ballad Never alone e
Till life do us one, la prima, forse, non del tutto riuscita
perché lontana dallo stile generale del disco e, a tratti,
eccessivamente radio-oriented; la seconda decisamente ben strutturata e
ricca di assoli degni di questo nome.
Nel complesso un buonissimo disco, che fa comprendere come, alle spalle
di questo esordio con la label svizzera, ci siano anni passati a sudare
sui palchi scalcinati dei locali di provincia ed in qualche scantinato
trasformato in sala prove; l'album, quindi, è decisamente maturo, ben
strutturato e di sicuro effetto, un disco che non lascerà delusi gli
amanti del thrash (quello vero) che, purtroppo, nella scena metal
attuale vedono sempre più diminuire le band che si fanno portatrici di
questo stile musicale.
Luca Sileni |