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Sembrava realmente giunto il definitivo crepuscolo per la white band di Louisville: annunciato lo split-up dopo
quattordici album studio e diverse altre release, ci si era rassegnati
al fatto che "This Is
It" - ritorno all'old school quanto a sound dopo le parentesi
blues e moderniste - rappresentasse se non il canto del cigno tuttavia
un buon disco di commiato. Ma i
fratelli Thompson da quell'annuncio a breve si sono accorti che da esprimere
ne avevano ancora, e così affiancati dal bassista Lawrence Bishop e con guest i
drummer Jason Lewis e Mark Gray ma soprattutto il chitarrista solista
Steve Osborne (un ritorno, autore di un buonissimo lavoro), ecco che in
pochi mesi viene aggiunto un nuovo capitolo alla
loro lunga storia: "Skin For Skin" segue, scavando ancor più in
profondità, il solco lasciato dal predecessore, ma qui più che hard rock è
un come back al primissimo stile, quell'heavy rude a tratti progressivo
proprio del masterpiece "Live To Die"; o almeno ciò accade nella
prima parte del disco.
The calm, intro industrial che fa da prologo,
ma a sé stante, per quello che sarà un autentico maremoto di onde sonore di
heavy tecnico ed infuocato. Inizia la title track, picchiata, con
rozze cavalcate heavy e lead che fila le armonie; aggressiva è anche la
voce di Dale, lontana anni luce dagli acuti fenditimpani di inizio
carriera, ma lo stesso di livello elitario. Un suadente chorus che
rimanda alla psichedelia non limita il nuovo episodio, End of days,
dall'essere di una violenza al limite del thrash. Mid-tempo possente con
coretti fascinosi vagamente dimessi e disincantati, ma anche riffoni squassanti ed
acuti per la notevole Take the medication; simile ma più
progressiva e meno ruffiana è l'altrettanto trascinante Inside ourselves. Melodie
ricercate non easy listening farcite di acuti ed assoli per Hard to
kick, la cui ritmica sperimentale viene ricamata da una decisa
lead guitar. Gran pezzo anche il settimo Fuel and fire,
grintosissimo e prog, può vantare una partitura dall'affascinante
pathos ombroso. Ottimo refrain per la prog oriented Breathless,
Prodigious savant è invece una ballad piano-acustica. Da
questo punto del disco, fin qui ottimo, iniziano i dubbi: dalla bizzarra
e country Bang goodbye alla hardrockeggiante ma anche,
ahimè, nu-metallosa Rise above; dalla plurieffettata
The government alla heavy compatta ma pur farcita da tipiche
coralità eighties, Super ego star. A chiudere un'altra
ballad dal chorus suggestivo, a cui partecipa una female vocal.
Testi predicatori (From the beginning of the garden
to the end and the grave / Salvation of all comes by the cross, the
blood, the life the name / Every man, women and child followed Adam to
the grave / Your flesh he will destroy that your spirit will be saved. /
End of Days, End of Days, The Age is Over / Embrace the Revelation. /
Forever feels like Sunshine. / Tasted death for every man suffered for
your sins / Not willing that any should perish can you comprehend?) e
cristocentrici (I’ve knelt at the cross held His burnished feet / I have
embraced the body lifeless in my arms / I laid His head upon His pillow
so gently / And watched the stone be rolled / Living not dead giving I
said / Christ lives in me), molto attenti alla drammaticità delle
cronache quotidiane. Un incandescente ritorno alle origini per la prima
metà abbondante del platter, una evidente caduta alle seduzioni
sperimentali e moderniste nel lungo finale. Siete fans dei primi o degli
ultimi Bride? Qualunque sia la risposta dopo l'ascolto rimarrete
appagati ma non pienamente sazi. Tuttavia un buonissimo
ritorno.
Vaake
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