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BRIDE
Skin For Skin
heavy
2006 - Retroactive Records
(USA)
www.myspace.com/bridemusic

 

Sembrava realmente giunto il definitivo crepuscolo per la white band di Louisville: annunciato lo split-up dopo quattordici album studio e diverse altre release, ci si era rassegnati al fatto che "This Is It" - ritorno all'old school quanto a sound dopo le parentesi blues e moderniste - rappresentasse se non il canto del cigno tuttavia un buon disco di commiato. Ma i fratelli Thompson da quell'annuncio a breve si sono accorti che da esprimere ne avevano ancora, e così affiancati dal bassista Lawrence Bishop e con guest i drummer Jason Lewis e Mark Gray ma soprattutto il chitarrista solista Steve Osborne (un ritorno, autore di un buonissimo lavoro), ecco che in pochi mesi viene aggiunto un nuovo capitolo alla loro lunga storia: "Skin For Skin" segue, scavando ancor più in profondità, il solco lasciato dal predecessore, ma qui più che hard rock è un come back al primissimo stile, quell'heavy rude a tratti progressivo proprio del masterpiece "Live To Die"; o almeno ciò accade nella prima parte del disco.

The calm, intro industrial che fa da prologo, ma a sé stante, per quello che sarà un autentico maremoto di onde sonore di heavy tecnico ed infuocato. Inizia la title track, picchiata, con rozze cavalcate heavy e lead che fila le armonie; aggressiva è anche la voce di Dale, lontana anni luce dagli acuti fenditimpani di inizio carriera, ma lo stesso di livello elitario. Un suadente chorus che rimanda alla psichedelia non limita il nuovo episodio, End of days, dall'essere di una violenza al limite del thrash. Mid-tempo possente con coretti fascinosi vagamente dimessi e disincantati, ma anche riffoni squassanti ed acuti per la notevole Take the medication; simile ma più progressiva e meno ruffiana è l'altrettanto trascinante Inside ourselves. Melodie ricercate non easy listening farcite di acuti ed assoli per Hard to kick, la cui ritmica sperimentale viene ricamata da una decisa lead guitar. Gran pezzo anche il settimo Fuel and fire, grintosissimo e prog, può vantare una partitura dall'affascinante pathos ombroso. Ottimo refrain per la prog oriented Breathless, Prodigious savant è invece una ballad piano-acustica. Da questo punto del disco, fin qui ottimo, iniziano i dubbi: dalla bizzarra e country Bang goodbye alla hardrockeggiante ma anche, ahimè, nu-metallosa Rise above; dalla plurieffettata The government alla heavy compatta ma pur farcita da tipiche coralità eighties, Super ego star. A chiudere un'altra ballad dal chorus suggestivo, a cui partecipa una female vocal.

Testi predicatori (From the beginning of the garden to the end and the grave / Salvation of all comes by the cross, the blood, the life the name / Every man, women and child followed Adam to the grave / Your flesh he will destroy that your spirit will be saved. / End of Days, End of Days, The Age is Over / Embrace the Revelation. / Forever feels like Sunshine. / Tasted death for every man suffered for your sins / Not willing that any should perish can you comprehend?) e cristocentrici (I’ve knelt at the cross held His burnished feet / I have embraced the body lifeless in my arms / I laid His head upon His pillow so gently / And watched the stone be rolled / Living not dead giving I said / Christ lives in me), molto attenti alla drammaticità delle cronache quotidiane. Un incandescente ritorno alle origini per la prima metà abbondante del platter, una evidente caduta alle seduzioni sperimentali e moderniste nel lungo finale. Siete fans dei primi o degli ultimi Bride? Qualunque sia la risposta dopo l'ascolto rimarrete appagati ma non pienamente sazi. Tuttavia un buonissimo ritorno.

Vaake

VOTO

82

 

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