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"Let
the rain fall!".
Questo è il grido, l'esortazione, la speranza che
rimane nella testa una volta terminato l'ascolto di "Pray For Rain".
L'avvento di una pioggia lenitrice che sciacqui via le nostre tensioni,
i nostri affanni; la nascita di un luminoso raggio di sole che perfori
le tenebre che spesso ci accompagnano.
"Pray For Rain"
è lavoro molto ben composto, con particolare risalto dato alle due
splendide voci. Le atmosfere risultano a tratti soffuse a tratti
esplosive, ma in ogni caso sempre brillanti. Fin dall'opener
Feedback si capisce che i nostri non scherzano per nulla e la
successiva Do you feel? ne è la palese conferma. Voce
maschile corposa, voce femminile leggera e fatata, riff incisivi e
squadrati ed un complesso di beat e tastiere che manderanno in giubilo
le orecchie degli amanti di questo genere. Due brani molto belli che
fanno da apripista ai tre pezzi fondamentali, probabilmente i meglio
riusciti dell’intero album: Cold day in hell, I want
to die e Waters run deep. Tre tracce a dir poco
splendide, caratterizzate da magnifiche atmosfere avvolgenti e fumose e
da un fortissimo rapporto empatico che la band riesce ad instaurare con
l’ascoltatore mediante melodie e linee vocali che sfociano a tratti
nell’immensa grazia poetica. Canzoni capaci di far immergere
l’ascoltatore in una dimensione fatta di dolcezza ed elegante
malinconia, una dimensione in cui il cuore si scoglie placidamente in un
ruscello primaverile ricolmo di freschezza e di vita. La voce di Bethany
danza leggera e garbata attorno ad un’aura decadente, ma al tempo stesso
incanta ed incantevole; ci accompagna assieme a Jonathan fra le
sofferenze di un freddo giorno trascorso all’inferno e il desiderio di
morire, fino a giungere alla preghiera della pioggia, affinché essa
possa lavarci e purificare il nostro spirito. L’ultima delle tre,
Waters run deep,
non è altro che l’antefatto della title-track
Pray for rain.
Questo brano è caratterizzato da un incedere più esplosivo e dinamico
rispetto alle precedenti tracce. Tale esplosività è senza dubbio
derivante da un utilizzo delle chitarre più costante e da un riffing
massiccio e semplice, ma nello stesso tempo davvero efficace. Tutto poi
confluisce in un ritornello energico, la cui peculiarità è certamente lo
splendido duetto fra i due singer, enfatizzato nel finale.
La successiva The art of letting go
si apre con un caldo beat che invade la mente dell’ascoltatore, come il
tepore che ci pervade quando in noi dimora la speranza. Sensazione
riscontrabile in ogni istante del brano e del disco. Dopo una strofa
sinuosa e tenue si schiude un chorus deciso, ma nello stesso tempo
delicato e sereno. Così come dovrebbe essere la nostra mente
nell’affrontare gli affanni della vita. Cry for mercy,
purtroppo, si dimostra non al livello degli altri pezzi. Di certo non è
una brutta canzone, ma non lascia un segno molto profondo e non sortisce
l’effetto desiderato. Un calo di concentrazione comprensibile.
L’attenzione, quindi, ricade immediatamente su Rose, altro
brano soave e lieve come la voce di Bethany. La gran parte di esso è
caratterizzata da un’impostazione onirica e dolce, quasi un timido
sussurro che pone nell’anima una piccola scintilla, prima di una solenne
chiusura, quasi epica. La chiusura del platter è affidata a due tracce
totalmente incentrate sull’energia, la potenza e l’esplosività sonora:
Let this begin e Dust to dust. Nella prima
ritroviamo delle chitarre prepotenti e robuste, affiancate da un ammasso
incontrollabile di beat e tastiere che rende ancor più coinvolgente e
trascinante il pezzo. La seconda potrebbe essere definita come "il pezzo
cattivo" dell’album, essendo contraddistinta da un uso di tutti gli
strumenti, comprese le voci, spregiudicato e particolarmente impetuoso.
Aspetto difficilmente riscontrabile in altre parti del disco. Tuttavia
la componente atmosferica/evocativa non viene messa da parte, ma risulta
comunque presente e fondamentale, pur avendo il suo punto di maggiore
risalto nel finale. Alcuni istanti di silenzio, ed ecco che un’altra
track nascosta. Una vera perla da gustare lasciandosi trascinare dal suo
incedere quasi marziale, per chiudere splendidamente quest’ottimo disco.
Un lavoro capace, in
taluni punti, di sfiorare l’eccellenza artistica. Un album pregno di
emozioni e passione, carico di pathos, capace di guidarci in un viaggio
attraverso una boscaglia nebbiosa, durante un temporale primaverile.
Sotto un cielo nostalgico, pieno di nubi, la pioggia scende lieve e
costante, accarezzandoci. Una notte apparentemente buia e priva di
stelle, ma che invece viene riempita d’un tratto da una rigogliosa e
traboccante sorgente luminosa.
E con questa luce nel cuore, con questa gioia
nelle orecchie, che questa passione nelle vene, i Brigdeshadows
ci salutano e ci danno appuntamento alla loro prossima release, speriamo
altrettanto brillante e preziosa.
Enrico Maria Di Timoteo |