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La band brasiliana
esordisce con questo demo di death seminale. Le tinte forti da cui è
contraddistinto lo arricchiscono, rendendolo subito riconoscibile a chi
l’avesse ascoltato anche una sola volta; la vivacità (passatemi il
termine) in fase compositiva si fa sentire, e infatti sono presenti dei
fraseggi strumentistici immediati, anche se la batteria ha qualche
incertezza in poco più di un punto dell’EP, ma è una imprecisione che si
può perdonare, vista la genuinità dell’opera in sé stessa. Sono tutte
track di buon livello, e alternano momenti di intensa carica emotiva a
sensazioni di oppressione; intendiamoci, è un fatto positivo perché
induce l’ascoltatore a calarsi sempre di più in questa atmosfera così
immersiva che questi baldi brasiliani costruiscono.
Cominciamo con la
title-track, Ossos, che ci introduce con un breve
passaggio di rumori ed echi in mezzo a una tempesta che sta per iniziare
(metafora di quello che sta per accadere alle vostre orecchie) con una
rullata di batteria e la chitarra che accenna quello che sarà poi il
refrain del pezzo. Pur essendo un brano particolarmente incisivo e
brutale i suoni sono estremamente curati, così come la distorsione della
chitarra. Nota a parte per il commento sulla voce che si dimostra
all’altezza di tali passaggi musicali contorti, specialmente del basso,
esprimendosi in tutta la sua cupa aggressività. Il vocalist fa un buon
uso di gola e polmoni, mettendoci l’anima per avere un suono gutturale
comprensibile. Il secondo brano, che segue, è il momento clou dell’Ep,
quello con atmosfere ancora più cupe e come già detto in precedenza,
contraddistinto da momenti che inducono l’ascoltatore a calarsi
nell’oscurità più profonda e pregnante, quasi claustrofobica. C’è un
breve intermezzo in cui la band dà tempo all’ascoltatore per riprendere
fiato e rendersi conto che è di fronte a quattro ragazzoni che sanno il
fatto loro. La crudezza latente in questi momenti dà il suo sfogo subito
dopo, riprendendo i riff iniziali. Essenziali le linee di basso, che
chiudono l’opera. Veniamo quindi al terzo, omonimo (Brutal
Sacrifice), brano presente nell’Ep. Esplode con dei riff
rocciosi e potenti, con una batteria a dare manforte per rendere il
tutto il più compatto possibile, un vero pugno sullo stomaco. Se
possibile qui il refrain è ancora più contorto e pieno di genuina
"follia". Il ritmo rallenta e si apre un’altra sezione del brano, in cui
il suono gutturale della voce di Kriguer scandisce quelle poche parole
intellegibili, riprendendo più avanti (dopo una breve parentesi) a
scandire il titolo della canzone durante il refrain.
L’ultima track
presente, Utero insane, conclude degnamente questo piccolo
lavoro dei quattro brasiliani, dandoci modo di sperimentare un passaggio
melodico, introdotto da un efficace e breve passaggio di chitarra, dal
lento incedere, che lascia poi spazio a una ripresa aggressiva della
medesima. La batteria fa il suo degno lavoro sottolineando la pressione
sonora, con una cavalcata di suoni. Si chiude questa parte
e si apre la seconda, dove la chitarra esegue un rapido giro di note che
risulta "oscuro" e contemporaneamente esplicito nei suoi contenuti, a
cui seguono riff ancora più cupi, alternati a un piccolo intermezzo
trascinante e mai monotono. In conclusione, dopo ben 7 minuti e oltre di
ascolto, il brano più espressivo nel complesso. Non ci sono
particolari squisitezze artistiche, ma il prodotto è buono e di facile
ascolto, e vi catturerà con il suo marchio "ribelle", tanto che vorrete
ascoltarlo più volte, per il puro e semplice gusto di passare dei
momenti di evasione e tornare alla vita reale con più carica ed energia.
Diego Vacca
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