|
I Cabalistic ci avevano lasciati con
l'ultima nuova dello split-up della band, assicurando tuttavia che prima
o poi avrebbero reso disponibile il full-length in lavorazione con le
tracce fino ad allora registrate. Ed effettivamente poi lo hanno fatto,
ma evidentemente a quelle tracce non hanno più rimesso mano, così
abbiamo sì "To End All Suffering", ma ci dobbiamo accontentare di
uno scarso quanto ondivago sonoro: scarso perché pare (forse è?) una
registrazione live senza mixaggio di multisessione, ondivago perché
affatto costante, anzi direi - più esplicitamente - che non vi è una
delle sette track di "To End All Suffering" che suoni uguale ad
un'altra. Dispiace questo addio così modesto, non ci si attendeva forse
un canto del cigno ma un tale estremo saluto dell'act non gli rende
giustizia.
La track-list, composta da sette episodi, non
raggiunge la mezz'ora di in black raw tecnicamente discreto, notturno e
uggioso, rischiarito da rallentamenti che tuttavia non fuoriescono dalla
scala di grigi, anzi occhieggiano a minimalità dark ambient. Come è
offuscata la "produzione", così non brilla certo l'esecuzione (anche se
poi le due lacune possono essere facilmente messe in correlazione),
quello che invece si lascia molto apprezzare è il sempre armonico
screaming vibrante di Zedekiah, questo perché parrebbe proprio
trattarsi, al secolo, del qui già apprezzato Armando degli Eulogium.
Songwriting vario ma fondato saldamente sui medesimi principi (chitarre
oscure, up-tempo, rallentamenti), da citare in questo contrappuntistico
bailamme generato dell'estrema eterogeneità della registrazione direi
siano il loop vagamente melodico innestato in chiusa alla seconda
Engendered decision; la fascinosa chitarra ipnotica
riecheggiante in uno spento silenzio quale intro di To dim what
shines (song di oltre 7 minuti con buona ispirazione
compositiva); la clean riff track emozionale (ma non troppo)
Martyr's prayer, posta come closer. Il bilanciamento migliore è
ottenuto nella sesta Demise and destiny, ma pessime da
questa ottica sono The human condition, con lo scream
esageratamente avanti a tutto il resto, e To end the day with
immortal fears, incredibilmente lontana.
Peccato, con una produzione degna sarebbe stato
assai più valorizzato un sound che ha in nuce spunti interessanti; il
mood complessivo del disco infatti tiene, ma in queste condizioni non
basta per reputare "To End All Suffering" un lavoro sufficiente.
I Cabalistic lasciano dunque la scena unblack con due release che
sicuramente non hanno espresso il vero potenziale del sodalizio
californiano.
Valerio Mei
|