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Prima di approcciare la descrizione
di un disco come questo sono necessarie alcune premesse. Caul
appartiene a quella scena drone/ambient che fa della sperimentazione la
sua bandiera; questo implica una necessaria apertura mentale quando ci
si pone all’ascolto di un disco del genere. Un disco che è, prima di
tutto, un viaggio interiore.
"Muein", titolo del disco e
titolo dell’unica traccia che compone l’album, si apre con suoni di
sirene, ronzii lontani e scampanii distorti ed inquietanti,
trasportandoci d’un tratto in un mondo fatto di ombre e luci, un mondo
parallelo in cui il suono guida la mente verso l’esplorazione di se
stessa. Si è come trasportati all’interno di una foresta ancestrale, in
cui il canto della notte assomiglia al suono di migliaia di campane ad
aria, una foresta oscura, illuminata esclusivamente da strane ed
inquietanti luci, che come lucciole ci si parano davanti, quasi a
volerci accecare. Lontano…. il suono distorto delle campane, che
annunciano qualcosa, forse, l’apocalisse. Ad un tratto un terremoto, la
terra si sfalda, la luce fuoriesce, un grande bagliore rischiara il
cielo che, fino ad un momento prima, sembrava più oscuro dell’infinito.
E’ l’inizio, l’inizio di un mondo diverso e sfavillante, è la fine, la
fine di quella realtà che tanto ha crucciato i nostri animi, la fine
dell’oscurità che, come a voler lottare fino alla fine, cerca fra
strazianti e tenebrosi ronzii, di far udire ancora la sua presenza.
Vita, morte, sofferenza, gioia, tutto si mescola in un turbinio di
emozioni dal suono quasi assordante, che colpisce il nostro profondo,
che incide la nostra anima; ci fa percepire il vero dolore, il dolore
dell’uomo incatenato al suo mondo di tenebra, corroso dalla sofferenza
del suo essere, inscindibile con quel male di vivere che cerca
costantemente di debellare. L’uomo ed il suo io, eterna lotta della vita
contro se stessa, eterno rivaleggiare della fine con l’inizio. Morte e
vita, abbracciati in un unico connubio di rinascita che, alla fine,
riconduce tutto ad unico eterno divenire.
Indubbiamente questa mia recensione
parrebbe descrivere poco le effettive sonorità del disco ma…. in effetti
non esiste altro modo per descriverlo. Quello che ho scritto è originato
dalle sensazioni che l’opera di Caul mi ha provocato (per la
verità si riferiscono ad un solo quarto d’ora dell’intera traccia… se
fossi andato avanti per tutta la durata del brano, sarei caduto nel
prolisso) e penso che questo sia l’unico vero modo per descrivere un
brano drone/ambient. Come un’opera d’arte astratta cerca di trasmettere
allo spettatore un qualcosa che esula dalla comune realtà sensoriale,
così il drone cerca di arrivare direttamente all’anima dell’ascoltatore,
per cercare di trasportarlo nel mondo sensoriale dell’artista. Caul,
con questo disco, c’è riuscito benissimo. Se proprio si volesse trovare
un difetto alla concezione generale dell’opera, potrebbe essere
ravvisato nell’eccessiva ripetitività del tema portante, in fin dei
conti, quando si pensa di realizzare un brano di 59 minuti ci si
dovrebbe rendere conto di quanto, alla fine, risulti "digeribile"
all’ascoltatore. Concludendo, un bel disco, ma esclusivamente per patiti
del genere.
Luca Sileni |