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Estremamente interessante questo debut dell'unblackster duo
sudamericano, che si avvale di un altro paio di guest artist per la batteria e le
orchestrazioni. Lord Melancton Samengallef e Arclord Abisai
Darkaliel col supporto della commovente Extreme Records hanno dato
vita ad una release ultra professionale, come testimoniano
sia il curatissimo artwork che la lodevole produzione con cui i
Cerimonial Sacred esprimono il loro black sinfonico che trova,
musicalmente parlando, la più irrorante fonte d'ispirazione nei
Dimmu Borgir, ma che ovviamente in rapporto a questa band, come
esprime del resto chiaramente il titolo dell'album, "Our War Is
Only Against Hell", ha una mira del messaggio diametralmente
opposta: testimoniare e vivere la propria fede cristiana attraverso un
atteggiamento di totale e cruenta battaglia (spirituale) contro il male
ed il Maligno.
L'album è diviso in otto tracce per una durata complessiva di
poco superiore ai trenta minuti; i punti di forza del lavoro sono
sicuramente una buonissima produzione, una esecuzione
strumentale senza macchia ed i bei inserti sinfonici e pianistici, uno dei quali
compone un'intera song, ossia la quarta My dead feelings;
per gli aspetti rivedibili invece direi, se la reputate tale, una
scarsa originalità del sound: lo stile proposto è infatti il
classico black sinfonico, personalizzato sì, ma che mai esce dai
consolidati schemi di successo. "Our War Is Only Against Hell" esordisce con le sontuose
orchestrazioni cupe di In my cold cell per poi
proseguire con Tears of a christian hero il cui black
melodico piuttosto lento-tastieristico ha però passaggi più veloci e
nel cui finale si inseriscono due voci recitanti, una pulita una più
aggressiva, per quello che viene fuori essere un esaltante momento. Uno
scroscio di pioggia che poi diventa un intenso temporale anticipa
un'altra narrazione, preludio ad un'accelerazione black
melodica: da qui in poi Blood storm è un'alternanza di
momenti sinfonico-atmosferici, sentiti, vissuti, inquieti e break
più tirati. Avevamo detto di My dead feelings, quasi
due minuti tutti pianistici, malinconica e decadente ma solare e
speranzosa al contempo,
davvero bellissima. Tastiere turbate e melodia non ingannino,
all'improvviso in A song for the immortals anticipato
da un tuono ed un urlo esplode il black old-school, che poi si
dividerà nel songwriting con parti più melodico-tastieristiche: nel
finale inoltre l'interpretazione dello screaming è decisamente calda. Anche
Religious crematory apre furiosa e grave:
il sound però si fa più lento e detonante, ma è per poco dato che si
torna quanto prima a mitragliare caos con però una lunga parentesi di presenze
sinfoniche. Torna assai gradito il pianoforte, dolce
e nostalgico in To find the King, ma accompagnato da
tastiere pervasive ed avvolgenti, brano che poi si fa sinfonico con uno screaming
recitante, per quello che è il momento più solenne del platter.
Chiude la
bonus The hell will not to prevail: un tuono conduce
ad uno sparatissimo blastbeat con chitarre zanzarose e qualche lontana tastiera, ma poi il
ritmo si quieta alla ricerca di una melodia non pienamente
indovinata; ma la song si
risolleva immediatamente col pianoforte ed il narrato appassionato in scream,
enfatizzato dal sopraggiungere di tastiere intense; il
ritmo cambia ancora, è ora deciso e sinfonico prima di esplodere old-school,
il che è solo un momento in quanto a chiudere questa ottima track ci
pensa un triste piano. Grandissimo disco di esordio dunque per i due brasiliani, mi hanno impressionato
davvero i Cerimonial Sacred; inutile rimarcare ancora come ci
siano tutte le
potenzialità ne venga fuori un gruppone.
Valerio Mei |