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Non pochi avevano storto il naso nei confronti di
"Spiritual Domination", il debut dei Clemency, non tanto
per il discorso musicale quanto per un binomio copertina-titolo
decisamente ambiguo, nonostante poi le liriche fossero di esemplare
christian death metal. Al trio brasiliano questo appunto evidentemente
non è scorso via senza lasciare il segno, e così nel loro come back -
per il quale si è dovuto pazientare ben un lustro - tutto diviene
prepotentemente esplicito: nella front cover i cieli si squarciano e
fuoriescono i biblici quattro cavalieri dell'Apocalisse, le schiere
angeliche sono chiamate alle armi ("Divine Legions At War",
appunto) per le ultime macabre quanto splendenti vicende della fine dei
tempi, già scritto prologo del ritorno glorioso di Cristo.
Rispetto all'avo questo album ha un miglior sonoro
(non ci voleva molto mi direte, ed è vero), ma minor ispirazione e
soprattutto un growl mai alla doverosa altezza dell'interessante
intelaiatura ritmica che i Clemency riescono a strutturare. Bene
la batteria, molto bene il lavoro solistico tessuto dal talentuoso e
sperimentale
Luís Carlos, "Divine Legions At War" è introdotto da accattivanti
scricchiolii, ante che sbattono e poi
urla e ruggiti ferali per l'intro Echoes from the arysmal gates:
ciò stato è
subito title-track, per la verità zoppicante in apertura, segnata da linee chitarristiche buie e robuste, ma soprattutto da un uso
abnorme dei piatti, percossi senza controllo: il finale è per la lead
guitar, sia con filature che con assoli, protagonisti anche nel brano
che viene, Blasphemy in the altars of God,
ben costruita ed in cui lo screaming si affianca al sempre dubbio growl.
Pesta brutalmente Black winds of death, mentre rintocchi
di campane, grida lancinanti di donna e le funamboliche chitarre partono
all'attacco della doppia cassa nella fosca Saviour's return,
cui segue in questo filo oscuro Scourge of the diabolic kings,
aggressione tramortente, ma anche andature cadenzate e avventure
creative di sei corde: forse la migliore composizione dell'intero Cd.
Estremamente varia nel songwriting è The impetuous fall,
resa angosciosa da urla di dannati; il clou del tecnicismo emana in
The end in error, ove ad esaltare in particolare è il
drumming work. Ascesion of the imperial hodes è di
sbandierata ispirazione Nile (i cui echi sono spesso latenti):
vento gelido, ululati, sinistre e ridondanti percussioni per questo dark
ambient che poi però diviene epico orientaleggiante con tanto di
marzialità e coralità neoclassiche. A chiudere anticipando una bonus
cover dei christian deathsters Crimson Thorn è Immortal
blood of Christ, dove tecnicismi violenti ed afoni si alternano
a sfuriate ed un doppio cantato growl/scream senza troppo piglio:
l'assolo però è ottimo, anche un pizzico visionario.
Sempre straordinari i concept apocalittici, e in
questo caso la musica dei Clemency lo supporta degnamente anche
se con diverse imperfezioni e qualche saliscendi. Nel complesso posso
dire, ahimè, di aver apprezzato maggiormente il primo lavoro: l'ahimè è
perchè speravo in un'esplosione che non c'è stata, e la band pare aver
deposto chitarre e bacchette... Forse un bella occasione persa.
Vaake
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