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COMMON YET FORBIDDEN
The Struggle
death
2007 - Bombworks Records
(USA)
www.commonyetforbidden.com

 

Quartetto floridiano che a seguito dell'autoprodotto Ep "We Suffer Violence" firma infine per una label, ed è nientemeno che la Bombworks, sempre più punto di approdo massimo per una christian band dedita a sonorità pesanti, principalmente death. Il monicker gioca su un dato di fatto che effettivamente fa riflettere: il nome "Dio" è sulla bocca di tutti, ma se poi di lì si vuole parlare "di Dio" ecco che iniziano i problemi, la società (quantomeno occidentale) inizia a prendere le distanza e a guardare di traverso; succede così che questo nome sia "comune eppure proibito". Ho definito death lo stile proposto da "The Struggle", ma solo perchè è difficile definirlo altrimenti, tuttavia di certo non è death in senso stretto: le dieci tracce che compongono l'album, dalla produzione a cinque stelle, in realtà si presentano come una dinamitarda miscela di Suffucation, Becoming The Archetype seppur privi dell'anima melodica a sperimentale, e "swedecore"; ne deriva che su un vorticoso e incessante tappeto ritmico di double-bass si stendono scream core e gutturali (ottimi peraltro), nonché stacchi brutal plumbei ma anche lunghi assoli su cavalcate thrash. Una commistione di vecchio e nuovo, che mai si apre alla melodia se non in rare note solistiche o in alcuni più ariosi riff swedish. Il disco è un monolite nero di peso specifico (ma anche assoluto) non indifferente, difficile da reggere a lungo, ma al contempo sorprendente per l'invereconda violenza che riesce a profondere. 

Le composizioni hanno limitata difficoltà arrangiamentale e si fossilizzano su uno schema ritenuto vincente senza mai osare nell'andare troppo oltre, però ad onore dei Common Yet Forbidden va comunque detto che le singole prove strumentistiche e vocali sono tutte ineccepibili. Nonostante una evidente standardizzazione del platter ci sono senz'altro episodi che rimangono più impressi, pur senza spiccare eccessivamente: direi quindi dell'intelaiatura elaborata di Saints, o saints!; dell'asfaltante, apocalittico, Suffocation-style della seconda parte di Lake of fire, wake of souls; della thrashy e dal lunghissimo assolo (buona nel complesso la prova solistica) Dead: alive, che contiene anche una atmosferica e decadente spianata centrale. Elaborato è l'attacco di Anthem, un autentico gorgo oscuro si rivela The prodigal. Brutal e thrash per la traccia maggiormente old-school, We only chase wind; la closing song è strumentale, un ipertempo di foga ancestrale seppur infarcito di cambi di ritmo.

Liriche decisamente poetiche e dall'attitudine in your face in pieno stile "christian death", la cristianità della band - ma questo già il discorso sul significato del nome poteva lasciarlo supporre - è ostentata senza remore, senza mezzi termini o indecifrabili metafore. Un disco notevole ma con dei limiti di songwriting che lo rendono eccessivamente ridondante nella sua compattezza. Attendiamo in futuro questa talentuosa band ad un'evoluzione verso la complessità, nella speranza che questo non faccia venire meno la loro brutalità, indiscutibile trade mark del taurinico act nordamericano.

Vaake

VOTO

82

 

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