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Quartetto floridiano che a seguito
dell'autoprodotto Ep "We Suffer Violence" firma infine per una
label, ed è nientemeno che la Bombworks, sempre più punto di approdo
massimo per una christian band dedita a sonorità pesanti, principalmente
death. Il monicker gioca su un dato di fatto che effettivamente fa
riflettere: il nome "Dio" è sulla bocca di tutti, ma se poi di lì si
vuole parlare "di Dio" ecco che iniziano i problemi, la società
(quantomeno occidentale) inizia a prendere le distanza e a guardare di
traverso; succede così che questo nome sia "comune eppure proibito". Ho
definito death lo stile proposto da "The Struggle", ma solo
perchè è difficile definirlo altrimenti, tuttavia di certo non è death
in senso stretto: le dieci tracce che compongono l'album, dalla
produzione a cinque stelle, in realtà si presentano come una dinamitarda
miscela di Suffucation, Becoming The Archetype seppur
privi dell'anima melodica a sperimentale, e "swedecore"; ne deriva che
su un vorticoso e incessante tappeto ritmico di double-bass si stendono
scream core e gutturali (ottimi peraltro), nonché stacchi brutal plumbei
ma anche lunghi assoli su cavalcate thrash. Una commistione di vecchio e
nuovo, che mai si apre alla melodia se non in rare note solistiche o in
alcuni più ariosi riff swedish. Il disco è un monolite nero di peso
specifico (ma anche assoluto) non indifferente, difficile da reggere a
lungo, ma al contempo sorprendente per l'invereconda violenza che riesce
a profondere.
Le composizioni hanno limitata difficoltà
arrangiamentale e si fossilizzano su uno schema ritenuto vincente senza
mai osare nell'andare troppo oltre, però ad onore dei Common Yet
Forbidden va comunque detto che le singole prove strumentistiche e
vocali sono tutte ineccepibili. Nonostante una evidente
standardizzazione del platter ci sono senz'altro episodi che rimangono
più impressi, pur senza spiccare eccessivamente: direi quindi
dell'intelaiatura elaborata di Saints, o saints!;
dell'asfaltante, apocalittico, Suffocation-style della seconda
parte di Lake of fire, wake of souls; della thrashy e dal
lunghissimo assolo (buona nel complesso la prova solistica) Dead:
alive, che contiene anche una atmosferica e decadente spianata
centrale. Elaborato è l'attacco di Anthem, un autentico
gorgo oscuro si rivela The prodigal. Brutal e thrash per
la traccia maggiormente old-school, We only chase wind; la
closing song è strumentale, un ipertempo di foga ancestrale seppur
infarcito di cambi di ritmo.
Liriche decisamente poetiche e dall'attitudine in
your face in pieno stile "christian death", la cristianità della band -
ma questo già il discorso sul significato del nome poteva lasciarlo
supporre - è ostentata senza remore, senza mezzi termini o indecifrabili
metafore. Un disco notevole ma con dei limiti di songwriting che lo
rendono eccessivamente ridondante nella sua compattezza. Attendiamo in
futuro questa talentuosa band ad un'evoluzione verso la complessità,
nella speranza che questo non faccia venire meno la loro brutalità,
indiscutibile trade mark del taurinico act nordamericano.
Vaake
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