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C’è qualcosa che
non convince nella proposta industrial Coriolis. Pur essendo
presente una buona capacità compositiva, soprattutto nella struttura e
arrangiamento dei pezzi, i singoli elementi che vanno a formare i brani
rimangono sempre in una fascia davvero mediocre, e la diretta
conseguenza è che niente colpisce davvero. Si ha l’impressione di
ascoltare canzoni che vorrebbero essere di impatto, costruite pezzo per
pezzo con questo scopo, ma che alla fine non riescono a trasmettere
granché; le melodie sono scontate, come anche le armonie, e la voce è
piatta e non comunicativa. Il risultato di tutto questo è che anche se
la struttura dei brani ha delle sue notevoli qualità, l’atmosfera rimane
sempre fredda e totalmente priva di slanci; un vero peccato, perché gli
elementi per fare di meglio ci sono davvero tutti.
Nella sesta
traccia, Parasytes, si ha un perfetto esempio di come le
capacità davvero buone della band vengano svilite rendendo il pezzo
mediocre all’ascolto. Qui l’arrangiamento era davvero ottimo: synth di
impatto, chitarre industrial alla Rammstein, ritornello
orecchiabile ma non troppo, e addirittura assolo di flauto a tre quarti
della canzone. Eppure continua a non convincere. La voce o è resa
robotica da eccessivi effetti o, pur rimanendo più naturale, viene
utilizzata in maniera eccessivamente forzata, dando un effetto di
distacco dal resto degli strumenti. In effetti la voce è a mio parere
l’elemento più problematico in tutti i brani. E ripeto che non è per le
scarse qualità, perché pur non essendo eccelsa poteva sicuramente
rimediare alle mancanze con esecuzioni più mirate ed espressive. Inoltre
in più di un brano la melodia del cantante è decisamente troppo leggera
e scanzonata, e con questo non sto criticando il gusto musicale, anche
se non è di mio gradimento, ma il fatto che così facendo si distacca
talmente tanto dal resto da risultare più un elemento di disturbo che
altro, e questo succede soprattutto in due brani: Adopting the
stillborn e Happy days.
L’unica canzone
dove mi sembra che le qualità della band abbiano dato un buon risultato
è Demigod, dove l’atmosfera creata da synth e tastiere e
la melodia del ritornello conferiscono colore ed emotività al brano pur
rimanendo elementari. Infine ho trovato simpatica la rivisitazione di
Greensleeves, qui What child is this, in
versione industrial, dove, fermo restante le mie critiche precedenti, ho
trovato l’arrangiamento e l’esecuzione originali ma anche adatti al
pezzo. Cos’altro aggiungere? Mai sono stata più convinta nel dire che
questo gruppo ha davvero ottime capacità e manca pochissimo dal saperle
sfruttare al meglio.
Francesca Pezza |