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CREED
The Sign Of Victory
heavy
1990 - Pure Metal Records
(Germania)
www.creed.de

 

Nel 1990, uscì quest’album che ebbe un discreto successo, benché non portasse nulla di nuovo, rispetto alle sonorità. Ripercorrere la vita artistica di questa band non è stato molto semplice, dato che ci restano solo un demo, un Ep e un discreto album. Da ciò che abbiamo raccolto, pare che la formazione del gruppo risalga proprio al 1982, anni di fermento per il movimento del christian metal, ma solo otto anni dopo sono riusciti a mettere insieme questo lavoro. Dal sito personale si evincono solo i nomi dei vari musicisti che si sono alternati in questi anni; l'ultima line-up era composta da Thommy Rausz (vocalist), Tichy Casni (basso), Hans E. Mickel (chitarra), Joachim Joos (batteria) e l’importante presenza di Andy Gutjahr alla chitarra (ex-Lightmare ed ex-Seventh Avenue).

Il primo brano davvero non si fa mancare nulla: azzeccata la scelta di aprire il full-length con un pezzo live di grande portata, che ha tutta l’influenza dei "grandi" del tempo, quali Rob Rock con gli Impellitteri a cui il vocalist sembra fare il verso, riuscendoci poco, ai Judas Priest e compagnia. Sign of victory, che dà il nome all’album, è introdotta dalla voce che semplicemente dice: "Because of the triumphant cross, the mercy's been found!", mentre è la batteria a far strada agli altri strumenti; in questa fatica, il cambio stridente di tempo è impossibile non trovarlo gradevole. La voce alterna il clean a sospiri goth e ad acuti alla Rob Rock. Particolare è il solo di chitarra, che contrasta col resto della melodia. Risulta un brano pieno di carica e di energia, così come si percepisce dal pubblico totalmente coinvolto. Taken By Storm è un mix di chitarre, basso e batteria in puro heavy metal, che fa ricordare anche altri miti del tempo: in alcune parti del brano, è facile richiamare alla mente anche artisti come Alice Cooper o le prime glam band. Strana chiusura dell’assolo, ma è solo questione di gusti. Meet again (Farewell) è la canzone dei "cori", orecchiabile ma proprio per questo dà quel senso di già ascoltato, peccato davvero perché il solo, lunghissimo, benché sostenuto dall’effettiera, risulta piacevole. Broken heart è la prima e struggente ballad e se il singer avesse avuto le stesse capacità vocali di Joey Tempest sarebbe stata perfetta. Davvero un bel pezzo per i nostalgici degli anni ’80, con una batteria che sostiene tutta la drammaticità della chitarra. Trentanove secondi di chitarra acustica e voce per Child, suggestiva nella sua brevità. Si torna al ritmo sincopato e trascinante con Prayer of praise, in cui troviamo un ottimo basso. Nella parte centrale, questa song si sviluppa fino a raggiungere livelli di thrash sublimi. Certo, il gruppo manca di quella forza creativa di bands quali i Deliverance o i Saint, ma almeno con questo pezzo riescono a farsi timidamente perdonare. Mentre la riffatissima Tonite ci porta verso l’orizzonte più glam, tanto che la voce ricorda tantissimo quella di Jon Bon Jovi, Break the chainz invece, non porta davvero nulla di nuovo a ciò che abbiamo già ascoltato. Nella sua estrema orecchiabilità, sembra una copia dei precedenti pezzi.

Di altro avviso, Forever on fire è molto più down nel sound, non a caso il basso è tirato a lucido. È più convincente e originale e si potrebbe dire che la sua collocazione verso la fine dell’album rialzi le sorti dell’intero lavoro. Sul finire, il tempo più morbido dà un senso di compiutezza a questo pezzo, che lascia il posto a In the dark, a tratti thrash (molto Tourniquet), che lo rende uno dei lavori migliori. Live sarà stato un brano eccezionale, specie per il comparto chitarre. L’unica nota negativa è il coro che a tratti s’inserisce e risulta essere un po’ comico. Nonostante facciano ricordare una miriade di gruppi, il disco è gradevole all’ascolto e attrarrà senza dubbio gli amanti del classic metal.

Roberta Cannone

VOTO

74

 

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