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Recensisco con piacere
questo album dei Crutch, band proveniente dalla Pennsylvania che
cambierà poi monicker in Aletheian, e che subirà in seguito una
evoluzione davvero sorprendente. Evoluzione che comunque è già possibile
intravedere in questo "…Hope Prevails", dove la band già fa
sfoggio di una tecnica invidiabile e di uno stile che seppur ancora
spigoloso e acerbo, si manifesta in tutta la sua originalità. Possiamo
parlare, nel caso di questo platter, di un technical death metal
influenzato dai maestri del genere, ovvero i Death, ma
all’interno del sound dei nostri sono percepibili anche influssi di
math-core, thrash moderno e piccolissime iniezioni di black metal. Le
tematiche trattate dalla band sono di matrice prettamente cristiana, e
ciò lo si evince chiaramente dando uno sguardo ai titoli della tracklist,
dove viene subito a galla senza tanti raggiri qual è il credo di questa
band.
Si parte con la discreta opener Break in the clouds, dove
tempi sincopati di batteria fanno da base per fraseggi di chitarra a
volte più melodici e lineari, altre volte più intricati e tecnici.
Purtroppo, mi duole dirlo, ciò che da subito affossa di molto le
potenzialità che un album del genere avrebbe potuto avere, sono le
vocals di Joel Thorpe. La sua prestazione dietro al microfono ricalca
quelli che sono i dettami standard del death metal, ma la sua prova
risulta di una piattezza e scarsa incisività tangibili, in virtù
soprattutto del fatto che tutti li altri musicisti offrono prove davvero
degne di nota. A parte questo (grosso) particolare, i Crutch in
questo "…Hope Prevails" sciorinano
dieci brani dove dimostrano che si può unire fantasia, tecnica e
violenza con intelligenza, ma siamo ancora dinnanzi ad un lavoro a
tratti immaturo e dispersivo, oltre che discontinuo a livello di qualità
dei brani. Infatti se la opener o altri brani come la jazzata e ben
riuscita Illumination o la brutale Wounds of the
tongue si dimostrano episodi partoriti da musicisti di alta
caratura, lo stesso non si può dire per altri episodi tutto sommato
inutili come Embrace the beauty o Awe and disbelief,
dove la noia fa capolino a più riprese, e la band si salva in corner
solo grazie alla ottima padronanza dei propri strumenti. In più, ripeto,
la voce scadente del singer contribuisce purtroppo ad appiattire in modo
ulteriore brani che magari sarebbero potuti essere sicuramente più
convincenti con una voce più adeguata.
In conclusione, mi sento comunque di consigliare questo disco a tutti
gli amanti del death più tecnico e moderno, insomma coloro che consumano
quantità industriali di queste sonorità, ma vorrei sottolineare
nuovamente che non siamo di certo al cospetto di un capolavoro, ma
piuttosto di un disco che andrebbe interpretato come opera di collaudo
di una formazione che dimostrerà solo in seguito, sotto il monicker
Aletheian, le proprie reali e compiute capacità.
"Infected"
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