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Reso disponibile con larga anteprima durante il
Nordic Fest di Oslo, del quale show la band è stata attrice, abbiamo tra
le mani un Cd che ufficialmente uscirà solo nel corso del 2009 per la
svedese rediviva EndTime Productions. "Dalit" si presenta in un
elegantissimo formato digipack dal cartoncino pregiato, e rappresenta il
vero debutto dell'act norvegese che già aveva abbozzato un paio di
release semiufficiali. Qui siamo al cospetto di un full-length di
quaranta minuti in sette tracce ottimamente prodotte di un doom-death
rude e spartano, che ben poco concede a quel post-metal che sembrava
invece essere presente in modo sostanziale nel sound degli scandinavi,
stando almeno alle tracce ascoltabili sul MySpace. Parola indù che sta
per "intoccabili", i Dalit sono un neoterzetto formato da membri
già militanti in altre christian band quali Stronghold,
Implacable e Aspiration.
L'opener Noir è onomatopeica: noise
industriale con voci effettate, su cui germoglia una sei corde a tessere
un'armonia doom, doom che pervade la sognante e promettentissima
Morphia-oriented Nomad, che si tinge di toni
orientaleggianti nei down tempos dal growl quasi drone di Silent genocide,
per poi deflagrare in tutta la sua trivialità nella burrascosa Impression,
trade-mark sound del proseguo dell'album. La chitarra dalle trame
elegiache entra inesorabilmente in dicotomia con esacerbate sferzate
death dai tempi alticci, in un manieristico topos presente - ovviamente
- già nei pionieri del genere, My Dying Bride e Paramaecium.
Non si discosta troppo da questi binari la successiva Tears of Uriah,
nonostante la variante dell'intro industrial, mentre The upper hand
ci affaccia verso l'apogeo della grigia liturgica sentenza, dove ogni
plettrata pesa quintali, in un parossismo di doom death old school
debitore ai succitati maestri. A completare il nebbioso affresco è
Dem, un episodio in cui compare anche la doppia female vocal
incrociata, innestata tra le ossianiche pennellate di lead guitar e la
violenza ritmica posta quale acre sfondo.
Sound compatto, lyrics estremamente spirituali e a
tratti oranti, i Dalit non aggiungono niente di nuovo al genere
ma plasmano un buon lavoro, ancora acerbo forse nel suo essere un po'
troppo ripetitivo nelle linee vocali e non perfettamente eseguito nelle
incursioni melodiche. Dare più varietà alla scrittura dei pezzi e ai
registri canori, perfezionare il lavoro di lead guitar, implementare i
passaggi atmosferici, e questa nuova bella realtà del panorama cristiano
potrà sicuramente dir la sua ed essere apprezzata da tutta la scena
doom, giungendo magari fin là dove già parecchie christian band sono
arrivate.
Vaake
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