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DARK LAY STILL
Prelude
 
DARK LAY STILL
Through Hell
 
 

 

DARK LAY STILL
Joy In The Throes Of Agony   (Ep)
unblack
2004 - Self
(USA)
www.myspace.com/darklaystillmetal

 

Grandioso esordio è "Joy In The Throes Of Agony" per i ragazzi californiani che diedero all'universo metal cristiano l'imponente, almeno qualitativamente, progetto Dark Lay Still, il quale però purtroppo, rilasciato in poche copie per pochi intimi "Prelude", ossia quello che sarebbe dovuto essere il loro strabiliante debut album ma ridotto ad un Ep di sole tre tracce, è completamente sparito dalla scena. Nella speranza di buone novelle future godiamoci fino a consumarli i due loro doni, di cui quello in questione è appunto il primo. "Joy In The Throes Of Agony" è costituito di quattro episodi che si estendono per buoni 22 minuti complessivi, fatti di black melodico ottimamente eseguito ed ispirato, adagiato su un incessante ed avvolgente tappeto epico tastieristico. Peccato che a frenare il fervore per questo Mini piombi come una doccia fredda la produzione, ben bilanciata sì, ma dal suono un poco opaco, anche rispetto alla brillantezza che delizia "Prelude".

Mists driven by storm è il cancello che aperto ci introduce all'interno di quello che parrebbe - non disponendo dei testi - a tutti gli effetti essere un concept. Il keys work è epico, sinfonico ed onirico, un distortissimo growl narrante si poggia su ambientazioni enfatiche: le sue ultime parole sono un ringhio e da lì in poi (un po' troppo prolissamente) sarà un trionfo di ridondanti tastiere in solo. Irrompe finalmente con Kings of old il black sinfonico dal caustico scream e dal blastbeats mitragliante, a seguire fasi minimali, furie old-school, bordate ritmiche, cambi di tempo, melodie, tensione, rintocco di gong, keys epiche e deep growl: non manca davvero nulla a questa grande song. Immortal beloved si presenta accompagnata da riff onirici ed un temperato drumming marziale, su cui si inserisce un ringhiante growl e la lead accenna un lento assolo: ecco che però violenza e melodia si intrecciano in un turbinoso abbraccio, per poi approdare ed accamparsi su lande sonore fatte di riff maestosi e sinfonie tastieristiche; pause che dividono cupa solennità da narrazioni in growl ed enfasi chitarristica chiudono quest'altra perla. Un loop percussionistico è il protagonista del proemio della finale White blades through black hearts il cui black sinfonico è totalmente esaltato, principalmente grazie alle strepitose tastiere le quali dopo un lungo silenzio, all'interno di un'eclisse auditiva, si disperdono in questo vuoto, funeree e ieratiche, fino all'inquieta impennata finale.

Un fantastico lavoro, tuttavia non poco penalizzato dalla mancata nitidezza del suono: ma anche così questo al pari di "Prelude" è un vero must - dal reperimento alquanto improbabile va detto - per ogni unblackster appassionato di sinfonico.

Vaake

VOTO

86

 

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