|
Grandioso esordio è "Joy In The Throes Of Agony"
per i ragazzi californiani che diedero all'universo metal cristiano
l'imponente, almeno qualitativamente, progetto Dark Lay Still, il
quale però purtroppo, rilasciato in poche copie per pochi intimi
"Prelude", ossia quello che sarebbe dovuto essere il loro
strabiliante debut album ma ridotto ad un Ep di sole tre tracce, è
completamente sparito dalla scena. Nella speranza di buone novelle
future godiamoci fino a consumarli i due loro doni, di cui
quello in questione è appunto il primo. "Joy In The Throes Of Agony"
è costituito di quattro episodi che si estendono per buoni 22 minuti
complessivi, fatti di black melodico ottimamente eseguito ed ispirato,
adagiato su un incessante ed avvolgente tappeto epico tastieristico.
Peccato che a frenare il fervore per questo Mini piombi come una doccia
fredda la produzione, ben bilanciata sì, ma dal suono un poco opaco,
anche rispetto alla brillantezza che delizia "Prelude".
Mists driven by storm è il cancello
che aperto ci introduce all'interno di quello che parrebbe - non
disponendo dei testi - a tutti gli effetti essere un concept. Il keys
work è epico, sinfonico ed onirico, un distortissimo growl narrante si
poggia su ambientazioni enfatiche: le sue ultime parole sono un ringhio
e da lì in poi (un po' troppo prolissamente) sarà un trionfo di
ridondanti tastiere in solo. Irrompe finalmente con Kings of old
il black sinfonico dal caustico scream e dal blastbeats mitragliante, a
seguire fasi minimali, furie old-school, bordate ritmiche, cambi di
tempo, melodie, tensione, rintocco di gong, keys epiche e deep growl:
non manca davvero nulla a questa grande song. Immortal beloved
si presenta accompagnata da riff onirici ed un temperato drumming
marziale, su cui si inserisce un ringhiante growl e la lead accenna un
lento assolo: ecco che però violenza e melodia si intrecciano in un
turbinoso abbraccio, per poi approdare ed accamparsi su lande sonore
fatte di riff maestosi e sinfonie tastieristiche; pause che dividono
cupa solennità da narrazioni in growl ed enfasi chitarristica chiudono
quest'altra perla. Un loop percussionistico è il protagonista del
proemio della finale White blades through black hearts il
cui black sinfonico è totalmente esaltato, principalmente grazie alle
strepitose tastiere le quali dopo un lungo silenzio, all'interno di
un'eclisse auditiva, si disperdono in questo vuoto, funeree e ieratiche,
fino all'inquieta impennata finale.
Un fantastico lavoro, tuttavia non
poco penalizzato dalla mancata nitidezza del suono: ma anche così questo
al pari di "Prelude" è un vero must - dal reperimento
alquanto improbabile va detto - per ogni unblackster appassionato di
sinfonico.
Vaake
|