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Cosa conosciamo dei misteriosi Dark Lay Still?
Poco, davvero poco è quel che sappiamo di questa meteora che ha fatto
improvvisa irruzione nel firmamento white; il suo
fulgore è sbalorditivo quanto breve, non lascia segni del
suo passaggio, non rimane nulla se non l'esaltazione nel
ricordo di chi ha avuto la fortuna di assistere all'evento. Un raro fenomeno,
che abbiam scoperto essere originario della California, essere sorto nel 2003 dalle ceneri della metalcore band Embrace These
Hands, essere composto da sei ipostasi, aver posseduto un bellissimo sito in Friedrich style abbandonato però
alla decadenza da lungo tempo, aver prodotto l'anno andato il super demo Ep di black sinfonico "Joy In The
Throes Of Agony", e che ora è scomparso nuovamente, non prima
però di aver sfoggiato un nuovo breve Ep, e che Ep!
Tre abbondanti giri di lancetta per un drammatico
pianoforte dalle tinte dark, rischiarite da bagliori di luce e passaggi
inquieti, introducono A psalm which speaks of legends:
irrompe la strumentazione e il proscenio è subito per la
totalizzante tastiera - prima donna del disco affiancata da un
uso dei vocals strepitoso - tutto ciò incorniciato da una produzione dal
suono terso, ma che a volte avrà problemi di mix con la batteria che non
sempre si terrà esattamente in perfetta sincronia con guitars e keys. La
ritmica di chitarre e percussioni si trattiene accompagnando le
tastiere, mentre growl e scream si alternano senza posa. L'intensità
delle battute aumenta e qui la band vuole strafare cercando di comporre
un intreccio che risulta piuttosto disomogeneo. Una pausa poi un growl
da dirupi profondi guida un break old-school, fino al nuovo
sopraggiungere di screaming e tastiere sinfoniche. Solennità doom dal
growl catacombale, stacchi di blastbeats e tastiere maestose vanno a
chiudere. Angel of light segue immediatamente e qui la
formula deep growl, scream caustico e tastiere sinfoniche esaltate si
ripete ancor più riuscita, arricchita da una accenno black'n'roll e
portata a conclusione dalle urla del singer. Un breve recitato fa da
prologo all'ultima War cry: il black che subentra è quasi
epico nelle strepitose tastiere. Una sparata in growl poi sinfonie
elettroniche e bordate di note ribassate fanno da cornice ad un growl di
una profondità sconcertante; riff irrequieti si intessono generando una
fase progressiva che approda ad una pausa, dalla quale, a sua volta,
emergeranno le tastiere in trionfo su un up-tempo.
"Prelude", se si ama il genere,
ridonderà dentro senza soluzione di continuità, sovrasterà, rischierà di
mandare fuori scala l'emozionalità, di appiccare un incendio indomabile
nell'antro più
inquieto ed intimista del confuso astante. Fatene esperienza.
Vaake
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