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DARK LAY STILL
Joy In The Throes Of Agony
 
DARK LAY STILL
Prelude
 
 

 

DARK LAY STILL
Through Hell
unblack
2009 - Bombworks Records
(USA)
www.myspace.com/darklaystillmetal

 

Carriera tormentata quella dei Dark Lay Still, gruppo americano dedito a un unblack metal che predilige le sinfonia alla violenza. Dopo aver dato alla luce due Ep di notevole bellezza, il gruppo si sciolse, ma alcuni dei suoi membri si riunirono nei X-Ray Of A Graveyard, per partorire uno stupendo Ep avantgarde e poi separarsi nuovamente. Il viaggio nel white metal di questi ragazzi statunitensi sembrava essersi definitivamente concluso, ma, con unanime sorpresa, nel novembre 2008 il gruppo annunciò la rinascita dei Dark Lay Still dalle proprie ceneri, e la prossima uscita del primo full, del quale parlerà questa recensione.

Immediatamente colpisce la bellezza della cover, quanto mai appropriata al titolo, che raffigura l’infernale traghettatore di anime Caronte, ritratto da Gustave Doré. Lasciamo dunque che sia il "Caron Dimonio dagl’occhi di bragia" cantato da Dante, la nostra guida nel viaggio attraverso l’Inferno cui ci condurrà questo Cd. Dopo un breve intro giocato sulle tastiere, che ci fa capire immediatamente come l’amore del gruppo per la melodia sia rimasto invariato dai primi lavori, entriamo nel vivo del disco con War cry, che comincia con una rapida aggressione in scream con riff più lenti e marcati, per poi lasciar spazio a passaggi death cantati con un growl discreto. Inizia quindi quello che è forse il miglior pezzo dell’album, ovvero Kings of old, song variegata che alterna cupi riff symphonic che elevano l’anima verso il cielo, a sfuriate thrash/death che, al contrario, ancorano l’ascoltatore alla brutalità del mondo tangibile. Alla batteria non viene dato particolare risalto (una delle note dolenti dell’album), ma Sergio Carlos, al lavoro dietro le pelli, dimostra di saper fare il suo mestiere degnamente. Nonostante il titolo, che lascia presagire toni guerreschi, The swordmen song si rivela una struggente strumentale interamente affidata alle mani del buon tastierista Tony Valentie; voluttuosa e piacevole, seppur lievemente soporifera. La rabbia risparmiata dal gruppo, esplode nel brano successivo Psalm which speaks of legends, song che fa emergere il cuore più estremo e deatheggiante del disco, alternando efficacemente scream e growl, posati su un tappeto melodico tessuto dalle tastiere (lasciate sapientemente in sottofondo e non invasive) e intervallati da rallentamenti improvvisi. La generale impressione fino a questo punto è molto buona: qualche lieve inciampo qua e là, ma nulla di imperdonabile. Peccato però che la seconda parte dell’album non riesca minimamente ad eguagliare l’ottimo inizio.

Né le tastiere né lo scream straziato di Aaron Long possono sollevare il livello di White blades through black hearts, brano che sembra essere uscito dalla discografia dei Dimmu Borgir nei momenti peggiori, banale e senza mordente, un malriuscito tentativo di creare angoscia nell’ascoltatore. Lievemente migliore è Angel of light, nel quale tenebrose e oscure atmosfere infernali lasciano presto spazio ad una curiosa sovrapposizione delle tastiere abbastanza ispirate a rozzi riff thrash, per un risultato non eccelso, specialmente nella seconda parte della song, ma godibile. Si giunge quindi alla title-track, canzone complessa e strutturalmente articolata. Un intro lento e inquietante, che permette di udire anche il basso di Robert Sivadon, completamente ignorato nel resto del Cd, lascia presagire atmosfere altrettanto funebri, ma delude le aspettative spianando la strada a scontati riff made in Norvegia, supportati da una batteria che tenta di prendersi lo spazio dovuto con costanti blast-beats di scarsa personalità; un miglioramento avviene però a circa metà della song, quando le tastiere rubano un po’ di spazio alle noiose chitarre e, soprattutto nel finale, che vede un duetto di soli scream e batteria, primordiali e di forte impatto. Bring them the morning star risulta essere quasi un annuncio del gruppo riguardo alla fine della traversata infernale, ormai prossima. Malgrado il solito intro funereo infatti, la canzone si dimostra ben più serena e dotata di carica rispetto alle precedenti, grazie anche alle velleità metalcore sparse in tutto il brano, che alleggeriscono e smorzano le atmosfere plumbee formatesi. Si giunge quindi all’ultima e più lunga song dell’album, che si rivela essere anche la più originale. La prima metà della canzone (se così la si può chiamare) è infatti composta dai racconti di diversi uomini (i membri della band?) che parlano del loro incontro con Dio e la fede cristiana, ritorno alla luce dopo il viaggio nelle tenebre dell’Ade, il tutto su un sottofondo lento e dolce, che prende lentamente il sopravvento e si trasforma in un lento cantato in clean che occupa la seconda parte della canzone. Nonostante la diversità dal resto dell’album, quest’ultima song appare stranamente ben inserita nel contesto.

Album realizzato indubbiamente con grande passione e sincero impegno, che non sono però riusciti ad evitare al gruppo alcune fastidiose banalità e scontatezze che non possono essere tralasciate nel voto finale. La band si dimostra comunque capace di creare canzoni dotate di personalità e portatrici di splendide atmosfere. Una migliore calibratura delle influenze e un impegno maggiore nella realizzazione di alcuni brani, potrebbero portare i Dark Lay Still alla realizzazione di opere indimenticabili, "Through Hell" resta per ora solo un lavoro buono e un po’ acerbo, un punto di partenza per lavori molto migliori che il gruppo ha tutte le capacità di poter realizzare.

Andrea Costariol

VOTO

76

 

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