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Carriera tormentata quella
dei Dark Lay Still, gruppo americano dedito a un unblack metal
che predilige le sinfonia alla violenza. Dopo aver dato alla luce due Ep
di notevole bellezza, il gruppo si sciolse, ma alcuni dei suoi membri si
riunirono nei X-Ray Of A Graveyard, per partorire uno stupendo Ep
avantgarde e poi separarsi nuovamente. Il viaggio nel white metal di
questi ragazzi statunitensi sembrava essersi definitivamente concluso,
ma, con unanime sorpresa, nel novembre 2008 il gruppo annunciò la
rinascita dei Dark Lay Still dalle proprie ceneri, e la prossima
uscita del primo full, del quale parlerà questa recensione.
Immediatamente colpisce la bellezza della cover, quanto mai appropriata
al titolo, che raffigura l’infernale traghettatore di anime Caronte,
ritratto da Gustave Doré. Lasciamo dunque che sia il "Caron Dimonio
dagl’occhi di bragia" cantato da Dante, la nostra guida nel viaggio
attraverso l’Inferno cui ci condurrà questo Cd. Dopo un breve intro
giocato sulle tastiere, che ci fa capire immediatamente come l’amore del
gruppo per la melodia sia rimasto invariato dai primi lavori, entriamo
nel vivo del disco con War cry, che comincia con una
rapida aggressione in scream con riff più lenti e marcati, per poi
lasciar spazio a passaggi death cantati con un growl discreto. Inizia
quindi quello che è forse il miglior pezzo dell’album, ovvero
Kings of old, song variegata che alterna cupi riff symphonic che
elevano l’anima verso il cielo, a sfuriate thrash/death che, al
contrario, ancorano l’ascoltatore alla brutalità del mondo tangibile.
Alla batteria non viene dato particolare risalto (una delle note dolenti
dell’album), ma Sergio Carlos, al lavoro dietro le pelli, dimostra di
saper fare il suo mestiere degnamente. Nonostante il titolo, che lascia
presagire toni guerreschi, The swordmen song si rivela una
struggente strumentale interamente affidata alle mani del buon
tastierista Tony Valentie; voluttuosa e piacevole, seppur lievemente
soporifera. La rabbia risparmiata dal gruppo, esplode nel brano
successivo Psalm which speaks of legends, song che fa
emergere il cuore più estremo e deatheggiante del disco, alternando
efficacemente scream e growl, posati su un tappeto melodico tessuto
dalle tastiere (lasciate sapientemente in sottofondo e non invasive) e
intervallati da rallentamenti improvvisi. La generale impressione fino a
questo punto è molto buona: qualche lieve inciampo qua e là, ma nulla di
imperdonabile. Peccato però che la seconda parte dell’album non riesca
minimamente ad eguagliare l’ottimo inizio.
Né le tastiere né lo scream
straziato di Aaron Long possono sollevare il livello di White
blades through black hearts, brano che sembra essere uscito
dalla discografia dei Dimmu Borgir nei momenti peggiori, banale e
senza mordente, un malriuscito tentativo di creare angoscia
nell’ascoltatore. Lievemente migliore è Angel of light,
nel quale tenebrose e oscure atmosfere infernali lasciano presto spazio
ad una curiosa sovrapposizione delle tastiere abbastanza ispirate a
rozzi riff thrash, per un risultato non eccelso, specialmente nella
seconda parte della song, ma godibile. Si giunge quindi alla
title-track, canzone complessa e strutturalmente articolata. Un intro
lento e inquietante, che permette di udire anche il basso di Robert
Sivadon, completamente ignorato nel resto del Cd, lascia presagire
atmosfere altrettanto funebri, ma delude le aspettative spianando la
strada a scontati riff made in Norvegia, supportati da una batteria che
tenta di prendersi lo spazio dovuto con costanti blast-beats di scarsa
personalità; un miglioramento avviene però a circa metà della song,
quando le tastiere rubano un po’ di spazio alle noiose chitarre e,
soprattutto nel finale, che vede un duetto di soli scream e batteria,
primordiali e di forte impatto. Bring them the morning star
risulta essere quasi un annuncio del gruppo riguardo alla fine della
traversata infernale, ormai prossima. Malgrado il solito intro funereo
infatti, la canzone si dimostra ben più serena e dotata di carica
rispetto alle precedenti, grazie anche alle velleità metalcore sparse in
tutto il brano, che alleggeriscono e smorzano le atmosfere plumbee
formatesi. Si giunge quindi all’ultima e più lunga song dell’album, che
si rivela essere anche la più originale. La prima metà della canzone (se
così la si può chiamare) è infatti composta dai racconti di diversi
uomini (i membri della band?) che parlano del loro incontro con Dio e la
fede cristiana, ritorno alla luce dopo il viaggio nelle tenebre
dell’Ade, il tutto su un sottofondo lento e dolce, che prende lentamente
il sopravvento e si trasforma in un lento cantato in clean che occupa la
seconda parte della canzone. Nonostante la diversità dal resto
dell’album, quest’ultima song appare stranamente ben inserita nel
contesto.
Album realizzato indubbiamente con grande passione e sincero impegno,
che non sono però riusciti ad evitare al gruppo alcune fastidiose
banalità e scontatezze che non possono essere tralasciate nel voto
finale. La band si dimostra comunque capace di creare canzoni dotate di
personalità e portatrici di splendide atmosfere. Una migliore
calibratura delle influenze e un impegno maggiore nella realizzazione di
alcuni brani, potrebbero portare i Dark Lay Still alla
realizzazione di opere indimenticabili, "Through Hell" resta per
ora solo un lavoro buono e un po’ acerbo, un punto di partenza per
lavori molto migliori che il gruppo ha tutte le capacità di poter
realizzare.
Andrea Costariol
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