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DARK SKY
Empty Faces
heavy
2008 - AOR Heaven
(Germania)
www.myspace.com/darkskymaniac

 

Siamo nel 2008 e questa è la quarta uscita dei Dark Sky, heavy metal band tedesca che pur appartenendo al nostro continente è sempre stata dedita ad un hard rock-heavy metal dai canoni puramente americani. I nostri nonostante la discografia alle spalle non sono mai riusciti ad emergere più di tanto nella scena, è infatti con questo full-length che ne sono venuto a conoscenza, vedendoli successivamente impegnati in una interessante tournèe che li ha fatti girare sui palchi europei, arrivando a suonare persino al festival svizzero Elements Of Rock.

L'ormai secondo album pubblicato con la AOR Heaven (label dei Mad Max) si presenta stilisticamente un po' come un tuffo nel passato rivisto in chiave moderna, parliamo infatti di un heavy di stampo puramente anni 80 privato quasi totalmente delle innovazioni moderne, salvo per quello che riguarda la pulizia del sound e gli intermezzi elettronici che di tanto in tanto fanno capolino tra una schitarrata e l'altra; il sound è ottimale, ottima pulizia di registrazione e ottima scelta di suoni che facilitano l'ascolto e rendono apprezzabile il lavoro prodotto da quella line-up che non ha mai visto cambi da dieci anni a questa parte. Ci troviamo di fronte a 56 minuti divisi in 11 capitoli (10 pezzi più una bonus track inserita nella decima traccia del disco chiamata GMC brothers), non è facile andare avanti per 56 minuti senza annoiare l'ascolto, ma in questo disco è così, si parte infatti con il riff sparato di Hands up dalla ritmica puramente hard rock anni 80, bella canzone e ottimo refrain che vi rimarrà subito in testa, semplice ma non banale. Si va alla heavy title-track, che presentatasi con suoni elettronici prosegue il platter portando avanti quell'heavy deciso e melodico che sentiremo per tutto il disco; si passa poi per brani come Slave of time e Send them to hell, dove gli strumenti riescono ad accompagnare benissimo quei ritornelli che, come detto prima, non sono per niente banali, ma pur essendo semplici rimangono in testa, indici di buone idee musicali e di ottima interpretazione delle stesse; in Chase your dreams si può notare inoltre un interessante intermezzo solista del chitarrista Steffen Doll, che in mezzo al brano dà sfogo alla sua seicorde con molta fantasia e ingegno portando avanti in maniera impeccabile il pezzo per un minuto.

Si arriva quindi alla sesta traccia che non può lasciare impassibile un amante degli anni 80 musicali, perché ci troviamo di fronte niente popò di meno che a una cover (e che cover) di Maniac di Michael Sembello; per chi non conoscesse il brano in questione venne utilizzato nel 1983 tra le colonne sonore del film Flashdance, vincendo pure una nomination al premio Oscar: non parliamo quindi di un pezzo da poco, ma i nostri si dimostrano pienamente all'altezza del compito, e la metallizzazione della song riesce completamente a soddisfare le pretese di chi ascolta (per lo meno del sottoscritto) facendo guadagnare notevoli punti al quintetto. Si prosegue con brani hard rocker come Saint beneath the sky (da cui il bellissimo testo "There are no saints beneath the sky / no matter the way we're always used to try / There are no saints beneath the sky / begging for all the angels still will fly") e Pleasure & pain, arrivando alla nona Believe it che risalta a mio avviso tra tutti i pezzi per la sua epicità e la stupenda linea melodica che soprattutto nel ritornello coinvolge l'ascolto creando un'atmosfera stupenda; le influenze AOR si sentono in particolare nell'assolo dove a mio avviso il chitarrista Steffen Doll dà il meglio di sé intrattenendo in maniera impeccabilmente melodica il platter. Tanto di cappello quindi per questa canzone (ripresa tra l'altro dal primo omonimo album "Believe It", non a caso direi) che dimostra un'eccellente ispirazione del singer, non da meno della capacità di saper arrangiare le idee come chitarrista e tastierista hanno saputo benissimo fare in tutto il disco. Si conclude con la bonus track GMC brothers, seguita per finire dalla ballad Meaning of life, che non da meno dei precedenti brani presenta melodicità e ispirazione, soprattutto nell'intro di piano realizzata dal delicatissimo Claudio Nobile, che pur essendo presente in poche parti soliste si dimostra non da meno del resto della band, soprattutto in questa intro.

La musica ci insegna che a parole si può raccontare ben poco rispetto a quello che la musica narra, rimane quindi mio consiglio quello di prendere in considerazione il giusto ciò che dicono le recensioni, e dare retta alle orecchie, ovvero di ascoltarvi questo album per farvi le impressioni dovute a riguardo; a mio avviso questo è un gran disco, non se ne trova molte di uscite su questi canoni al giorno d'oggi, è per questo che lo consiglio a quegli amanti del vecchio metallo classico che al giorno d'oggi faticano a trovare uscite degne della sua epoca d'oro.

Francesco Romeggini

VOTO

84

 

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